Il caro, vecchio Stephen l’ha rifatto: “Dio non esiste”, ha detto. No, anzi, ha detto: “Dio non è necessario per spiegare l’origine dell’universo”. Che non è proprio la stessa cosa, ma quasi. Comunque grazie, lo sapevamo già. Non che Dio è inutile, ma che Hawking pensa che Dio sia inutile. Tant’è vero che l’aveva già scritto nei suoi libri precedenti: il Big Bang non va considerato come una creazione di origine divina, l’apparizione dell’universo fu spontanea e non frutto di un atto di volontà, tutto emerse da una fluttuazione quantistica del vuoto eccetera eccetera. Adesso, nuovo libro e ribaditura del concetto.
The Grand Design esce fra pochi giorni per Random House, firmato insieme a Leonard Mlodinow, del Caltech, e già suscita scompiglio, tanto da meritare i titoloni dei giornali italiani. Come se mancassero argomenti più interessanti e meno scontati. Ma che importa? Fra tette, culi, gossip sulle telemignotte e filmati ridicoli sui gatti, come arma di distrazione di massa torna utile anche il grande genio storpio e ateo.
Quindi, addio legislatore supremo. Almeno, così la pensa Hawking. Ma sottovaluta il fatto che i teologi sono cervelli sottili, e dopo ogni rivoluzione scientifica sono sempre riusciti a far sopravvivere l’idea che esista un creatore, adattandola al nuovo scenario. Per cui, è facile prevedere che queste discussioni – e i titoli dei giornali – proseguiranno. Nei secoli dei secoli.
Che i teologi siano cervelli sottili non c’è dubbio. Noi diremmo, piuttosto, virtuosi del free climbing sugli specchi. Vediamo che s’inventeranno stavolta. Tanto, alla peggio, c’è la solita scappatoia: “Dio si trova alla fine di un cammino di fede”. E chissenefrega della fluttuazione quantistica del vuoto.
Keplero è un eccellente blog di astronomia, fisica e varia umanità dal quale anche noi peschiamo (con la sua approvazione) articoli per Stukhtra. Il tenutario (brutta parola, ma dal significato non più sordido essendosi trasferita dai bordelli ai blog) è Amedeo Balbi, giovanissimo (‘nzomma…) astrofisico romano, lo quale si diletta con la scrittura di minibiografie semiserie di astronomi famosi. Delle quali pure noi parlammo in un articoletto, allorquando il Balbi le raccolse in forma di ebook gratuito in formato PDF: Vite degli astronomi. Orbene, pare ora essersi interessato al progetto anche un editore di quelli seri e cazzuti: tale De Agostini. Quale risultato, ecco dunque Seconda stella a destra, librino cartaceo la cui uscita nelle librerie è programmata per il 16 settembre. Siore e siori, segnarsi la data per rivolgersi al libraio di fiducia, ché l’opra merita.
P.S.: Già noi lo sapevamo, giacché il Balbi medesimo ce lo confidò a suo tempo in una conversazione privata davanti a una pizza. Ma sapemmo mantenere il segreto.
Quanto conosci l’astronomia? E, se non ne sai abbastanza, sai almeno come e dove trovare le informazioni? Affinché tu possa mettere alla prova le tue conoscenze e le tue capacità investigative, Stukhtra ti propone 16 domande all’inizio di ogni mese dispari (perché?… beh, perché ci garba così).
Hai tempo una settimana per rispondere: in questo caso, entro il 7 settembre 2010. Vince il primo che spedisce tutte le risposte giuste a Mario Gatti. Che cosa vince? Niente di niente, ché qui amiamo la conoscenza pura e non abbiamo il becco di un quattrino. Però il vincitore verrà citato su Stukhtra.
Co… co… coeso… no, coevo… no, cogl… no, questo non c’entra… cogestione… ecco: trovato! “Cogente: che costringe, obbligante”. Il dizionario è esplicito: questo è il significato dell’aggettivo “cogente”, che per esempio si applica a una dimostrazione. Una dimostrazione “cogente” costringe chi la ascolta ad accettarne la conclusione. Purtroppo Antonino Zichichi non ha ben chiaro il significato di quest’aggettivo.
L’antimateria? Sì, Antonino Zichichi ha scoperto l’antimateria. Non lo sapevi? Neanch’io.
Stranamente nella lista dei Nobel per la fisica non c’è nessun Zichichi, e nemmeno in quelli per la chimica, la letteratura, la pace e il giardinaggio. Com’è possibile?
Nei giorni scorsi sono finiti sotto i riflettori gli esopianeti, cioè i pianeti in orbita intorno ad altre stelle. Per ben due volte. Sicché val la pena fare il punto della situazione e vedere perché queste recenti scoperte sono significative.
Una ricostruzione di fantasia del sistema planetario di HD 10180. (Cortesia: ESO)
80 chilometri di risoluzione a 150 milioni di chilometri di distanza: una roba così non s’era mai vista. Beh, adesso s’è vista: è una macchia solare ripresa l’1 e il 2 luglio dal Big Bear Solar Observatory con il New Solar Telescope da 1,6 metri di apertura, lo strumento più grande in assoluto per le osservazioni del Sole da terra.
Una roba così non s'era mai vista. (Cortesia: Big Bear Solar Observatory)
“L’astrofilia planetaria è morta”: certo, come no. Vallo a dire a Masayuki Tachikawa, di Kumamoto. Alle 18 e 22 TU del 20 agosto (ma in Giappone era già il 21) stava riprendendo Giove con un rifrattore Takahashi TAO-150 f/7.3 da 15 centimetri, una Philips ToUcam Pro II e un Tele Vue 5x. Contemporaneamente Kazuo Aoki, a 800 chilometri di distanza, faceva la stessa cosa con un Celestron C9 e una Philips ToUcam Pro. Da un’altra parte ancora, Masayuki Ishimaru riprendeva Giove con un rifrattore Borg 125 SD f/6. E tutti e tre hanno filmato un lampo a 17 gradi Nord di latitudine. Che cos’era? Ovvio: un corpo che si tuffava nell’alta atmosfera gioviana. Sembra di rivedere quanto già raccontammo in un articolo alcune settimane fa.
Com’è ovvio, alcune ore dopo tutti a scrutare l’atmosfera del gigante gassoso per vedere se fosse rimasto un segno, una macchia, una cicatrice, una caccola qualsiasi. Macché: niente.
Commento: “Vabbeh, ma chi se ne frega?”. Calma. Ché in precedenza le stime di frequenza di questi eventi ne prevedevano uno ogni dieci anni. Perciò adesso, dopo tre in 13 mesi, come minimo bisognerà ripensarci seriamente.
“Per me l’esistenza di Dio non è un problema. Per me è un’esperienza”: ascolto questa clarissa che mi sorride al di là della grata, in un monastero francescano fra le colline umbre. La conosco da anni, ma ancora riesce a stupirmi. Non per ciò che dice, ma per il modo in cui lo dice: sereno, tranquillo. E un po’ la invidio. Solo un po’. E mi chiedo che cosa ci faccio qui.
Così la mia memoria corre verso quella mattina di giugno del 1982, quella lunga passeggiata con un amico, quella discussione sui massimi sistemi: la prima volta in cui dissi con chiarezza, a un’altra persona ma soprattutto a me stesso, “Dio non esiste”. Certo non sono diventato ateo quel giorno, perché era una convinzione che stava maturando dentro di me da tempo. E di sicuro non le era estranea la morte per tumore del più caro dei miei amici, pochi mesi prima. Tuttavia fu in quel giorno di inizio estate che per la prima volta ebbi il coraggio di fare il mio outing: “Io sono ateo”. I miei argomenti erano sia razionali sia emotivi.
“Ma io, proprio io, che cosa posso fare per rendermi utile in astronomia?”: quante volte te lo sei chiesto? E magari ti sei anche risposto: “Potrei comprarmi un telescopio e mettermi a studiare… chessò… le stelle variabili, oppure i pianetini, o magari le supernovae extragalattiche”. Tutte attività alla portata di un astrofilo munito di un buono strumento, tanta pazienza e molta volontà. Poi ci ripensi, ti accorgi che la spesa per il telescopio è dura da far digerire alla consorte, ti rendi conto pure che il salotto col divano e il televisore è assai più comodo del freddo cortile in inverno, e soprassiedi. Ma ti rimane quel desiderio insoddisfatto di contribuire anche tu, magari perfino di scoprire qualcosa di originale. Ebbene, lo strumento per riuscirci è davanti ai tuoi occhi in questo preciso momento: il tuo computer. Non ci credi? Allora sappi che con un comune, modesto computer da tavolo una coppia americana ha scoperto una pulsar prima sconosciuta.
Per molto tempo si è pensato che fosse morta, fredda, immutabile. Poi i sismometri lasciati dalle missioni Apollo hanno dimostrato che qualcosa accade: leggeri tremolii, a stento definibili come veri e propri lunamoti. Tant’è che sembravano causati dall’impatto di grossi meteoriti, dalle variazioni termiche, dall’influsso mareale terrestre. Certo non da una trasformazione interna della Luna. Oggi però questo quadretto così tranquillo è tutto da ripensare. Perché il nostro satellite si contrae ancora. E parecchio. E forse proprio in questo momento.
Le groupie sono un fenomeno di altri ambienti. Roba da rockstar. Chi mai s’immaginerebbe di diventare oggetto di appetiti sessuali facendo… lo scrittore di fantascienza? Per di più in tarda età, ormai vecchia cariatide della science fiction, e pure (non bastasse il resto) noto per il proprio temperamento incazzoso e suscettibile. Eh? Chi mai…? Certo non Ray Bradbury. Poi, invece…
“Oggi tra gli scienziati cattolici è chiarissimo che si può benissimo credere nell’evoluzionismo e nella Creazione (non nel creazionismo). Dire il contrario è come sostenere che la Terra è piatta o il Sole si muove perché così diceva la Bibbia”.
(Da un’intervista a Nicola Cabibbo)
Quali fatti dovrebbero seguire?
“Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno”.
Ossia?
“In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…”.
Gli universitari, invece?
“Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città”.
Dopo di che?
“Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri”.
Nel senso che…
“Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano”.
Anche i docenti?
“Soprattutto i docenti”.
Presidente, il suo è un paradosso, no?
“Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!”.
(Da un’intervista a Francesco Cossiga)
Quest’intervista è disponibile in versione
ridotta anche nel podcast di Quarantadue
L’atomo? Scordatelo. Ma questo lo sai già: l’atomo è un modello superato da quasi un secolo. Le particelle elementari? Scordati anche quelle. D’altronde ci sono le stringhe, no? Quelle sì che sono il fondamento della realtà e… Macché. Per niente. Se Mauro D’Ariano ha ragione, il mattoncino fondamentale non è né l’atomo né la particella né la stringa. E un nuovo paradigma sta per emergere.
55 anni, una cattedra di fondamenti della meccanica quantistica e di teoria fisica dell’informazione presso l’Università di Pavia, dove coordina un gruppo di 12 ricercatori, D’Ariano ha alle spalle 270 lavori pubblicati su riviste con peer review e 150 relazioni su invito. Nel proprio passato si è occupato di un sacco di cose: fratture in materiali polimerici, meccanica statistica, ottica quantistica, fisica matematica, teoria dei gruppi, sperimentazione in risonanza magnetica, transizioni di fase, teoria dell’informazione quantistica. Adesso è approdato ai fondamenti della meccanica quantistica e alla teoria della relatività. Vediamo se anche noi riusciamo a capire qualcosa di ciò che fa.
Sembra fatto di atomi. In realtà sono tutti qubit.
Un servizio su quest’argomento è disponibile
anche nel podcast di Quarantadue
Correva l’anno 1903: un’epoca di grandi scoperte. La fine dell’Ottocento è un momento in cui i fisici si accorgono che ci sono moltissime radiazioni, o raggi, di cui prima nemmeno sospettavano l’esistenza: alfa, beta, gamma, radio, X… Tutti vengono sperimentati anche sulle persone e, senza saperne niente, materiali che li producono vengono inseriti in oggetti di consumo: cibi, abiti, scarpe. Ci sono il sapone Radium, la farina Radium, il lucido per scarpe Radium, ma anche i digestivi e le bibite Radon. Inutile dire che tutta quella roba fa parecchio male alla salute. Però non lo sa nessuno. E poi è molto trendy. Ecco, in questo bel contesto scientifico e culturale emerge la vicenda di Prosper-René Blondlot e dei suoi raggi N.
Ma l’acceleratore super-ultra-potente non era quello del CERN, a Ginevra? Quello enorme… quello che neanche gli Americani… eh? Ma allora com’è che poi le grandi scoperte arrivano da tutt’altra parte? Per esempio, il raggio del protone. Ne abbiamo parlato il 10 luglio scorso: la misura è stata corretta di 0,00000000000003 millimetri da un esperimento presso il Paul Scherrer Institut, nel Canton Argovia. Al quale ha partecipato anche un fisico mesolcinese, che sul problema lavora da dieci anni. Aldo Antognini, di Cama, dopo il liceo a Bellinzona e il diploma al Politecnico Federale di Zurigo ha svolto il proprio dottorato presso il Max Planck Institut für Quantenoptik e la Ludwig Maximilian Universität di Monaco di Baviera, lavorando con Theodor Hänsch, Premio Nobel nel 2005. Adesso Antognini è post doc di nuovo presso il Poli, a Zurigo, e fa parte dello staff che ha corretto la misura del protone. Come e perché? Ce lo siamo fatto raccontare da lui.
C’è qualcosa che dovrebbe restare fuori dal dibattito politico e dal pregiudizio ideologico o religioso: la scienza. Non le sue applicazioni tecnologiche, alle quali com’è ovvio devono poter essere posti dei limiti. Ma le verità scientifiche, sempre provvisoriamente non false e quindi rivedibili, emendabili, correggibili, sostituibili. Che quindi dovrebbero essere giudicate solo sulla base delle evidenze sperimentali e non delle ideologie o delle fedi religiose. Invece no: qualcuno pretende sempre di dire che cosa è o non è accettabile perché compatibile o meno con qualche premessa a priori, di solito estratta da un corpus di dogmi o da una Sacra Scrittura. Il caso più noto è la teoria dell’evoluzione, respinta dai fanatici religiosi (cristiani ma non solo: anche il mondo musulmano non scherza) e, a suo tempo, anche dai marxisti ortodossi seguaci di Lysenko. E vabbe’: si sa, l’evoluzione riguarda la vita, noi siamo vivi, quindi l’evoluzione ci tocca direttamente, intimamente, e sentirti dire che tu, figlio di Dio e supremo prodotto della Sua creazione, sei parente alla lontana di un gibbone o di una spugna può anche non farti piacere, perciò ti vien voglia di dire “Son tutte balle, io credo nella Bibbia”. Ma che c’entra la teoria della relatività?
Mercoledì 11 agosto 2010 – Oggi pomeriggio stavo armeggiando con il mio Coronado per provare alcuni oculari. A un tratto dal gruppo di macchie comparso e già numerato come NOAA 11098 è emersa una cosa strana. Ovviamente in H-alfa si vedevano solo le macchie più grosse, che sembravano comunque più numerose di quelle viste stamattina (a meno che qualche filamentino nelle vicinanze mi abbia confuso la vista), ma quello che spiccava era l’aumento, quasi a vista d’occhio, della luminosità del centro della facola che circondava il gruppo.
Un disegno schizzato al volo con la sequenza delle osservazioni. (Cortesia: M. Gatti)
Cominciamo col dire che san Lorenzo non c’entra. Non più almeno. Di mezzo c’è ancora la precessione degli equinozi: lo stesso simpatico fenomeno che ha già fregato gli astrologi. Sicché il picco nella frequenza meteorica oraria non è più nella notte del 10 agosto ma qualche giorno dopo. Quest’anno, secondo l’International Meteor Organization, sarà fra l’1 e 30 e le 4 della notte fra il 12 e il 13 agosto.
Dopo decenni di tentativi non riusciti, il più annoso problema dell’informatica moderna sembra finalmente aver trovato una soluzione. L’indiano Vinay Deolalikar, ricercatore presso Hewlett-Packard, ha consegnato alla comunità scientifica un paper che potrebbe finalmente dare una risposta al problema definito “P contro NP”. Prima di Deolalikar, altri illustri matematici e informatici si erano cimentati nel problema, ma nessuno di loro era mai riuscito a fornire una soluzione soddisfacente.
“Mari”, furono battezzate le grandi estensioni lunari prive di crateri. Poi si scoprì che si trattava di immense pianure basaltiche. Conclusione: sulla Luna non c’è né mai c’è stata una goccia d’acqua. Pochi mesi or sono, la notizia: nel passato dell’interno del nostro satellite ci fu un’epoca umida. O almeno così risultava dall’analisi di alcuni campioni di rocce lunari. Da dove arrivava l’acqua? La prima risposta che si affaccia alla mente di un planetologo è semplice: dalle comete. Una buona notizia, quindi, anche nella prospettiva (remota, per la verità) di una futura colonizzazione umana: se l’acqua lunare esiste, foss’anche solo sotto forma di ghiaccio, non bisognerà portarsela dietro. Ma ecco ora, dall’edizione on line di “Science” di pochi giorni fa, un articolo di ripensamento: niente acqua sulla Luna. Anche se il ragionamento che ha portato a questa conclusione è piuttosto elaborato.
Se un giorno arrivasse un’astronave, saremmo in grado di rilevarla?
di Paolo Attivissimo
La risposta è sì, e la vedrebbero persino gli astrofili. Sarebbe quindi impossibile mantenere il segreto sul suo avvicinamento, come ipotizzano invece molti ufologi, anche se l’astronave fosse piccola. Lo sappiamo perché è già successo.
Siccome siamo ancora qui a raccontarcela, non siamo morti. Quindi il cosiddetto tsunami solare (di cui abbiamo parlato in un articolo due giorni fa) non ha prodotto gli sfracelli che qualcuno paventava: C.V.D. (Come Volevasi Dimostrare).
Per gran parte del Novecento la fisica delle particelle e l’astrofisica hanno viaggiato distinte e separate, ciascuna per i fatti propri, solo con occasionali punti di contatto. Poi, negli ultimi tre decenni del XX secolo, s’è capito che una non poteva fare a meno dell’altra, ossia che i risultati ottenuti di qua potevano trovare applicazioni di là, che i conti sviluppati per risolvere i problemi dell’una tornavano utili anche per l’altra. La ragione è piuttosto semplice. Da un lato, i fisici delle particelle si sono messi a proporre teorie impossibili da verificare in laboratorio perché al di là delle possibilità tecnologiche degli sperimentali. Quindi bisognava andare a cercare dove, nell’universo, quelle condizioni estreme compaiono o sono comparse spontaneamente. Nei paraggi dei buchi neri, per esempio, oppure pochi attimi dopo il Big Bang: tutta roba di competenza degli astrofisici e dei cosmologi. D’altro canto, questi ultimi si sono trovati a studiare sistemi nei quali non si può prescindere dalle conoscenze acquisite in fisica delle particelle. Ecco quindi la commistione, il confronto, il dialogo proficuo. Usando strumenti diversi che, alla lunga, possono anche entrare in competizione.
Bisogna pur ammetterlo: le immagini degli oggetti del cielo profondo, per quanto belle, dopo un po’ producono assuefazione. L’ultima nebulosa planetaria, la galassia particolare… sì, vabbe’, graziose… ma poi ti dici: “Ancora?”. E non ti stupisci più di niente, non ti emozioni più per niente. Poi un mattino ti svegli, grufoli fra i soliti siti di news astronomiche e davanti agli occhi ti trovi una roba che… che… insomma, uno sballo.
Arriva lo “tsunami solare”, sostengono alcune fonti di notizie. C’è di che preoccuparsi? Moriremo tutti? La civiltà crollerà? Sembra proprio di no, visto che l’impatto è realtà proprio di queste ore e ancora il Medioevo non s’è rivisto. Allora, se non adesso, magari nel 2013, anno in cui è “prevista” (addirittura!) una spaventosa tempesta solare? E che diavolo è una tempesta solare? Facciamo il punto sui fatti, i rischi, la realtà.
Il 1. agosto un flare sul Sole ha scatenato un'eiezione coronale di massa in direzione delle Terra. Qui l'evento è ripreso nell'ultravioletto estremo dal Solar Dynamics Observatory (SDO). Regioni di colore diverso evidenziano differenti temperature del gas, comunque comprese fra 1 e 2 milioni di gradi. (Cortesia: NASA/SDO)
Yahoo Notizie titola “lo tsunami solare colpisce il pianeta Terra” e dice che è stato “[s]egnalato nella notte tra il 3 e il 4 agosto uno tsunami solare…Gli astrofisici che stanno monitorando il sole spiegano che si tratta della prima eruzione di simili proporzioni diretta al nostro pianeta e sottolineano che un’esplosione come questa potrebbe distruggere i satelliti che incontra sulla sua strada. Le conseguenze sarebbero gravissime: le comunicazioni subirebbero danni significativi. Secondo le previsioni della Nasa, rilanciate dal Telegraph, l’Inghilterra potrebbe trovarsi senza elettricità e subire lunghi periodi di black-out. Anche le comunicazioni sarebbero pressoché impossibili.”
E’ stupefacente come i giornalisti siano superficiali e capaci di andare in brodo di giuggiole per delle solenni cretinate. Per esempio, basta che qualche gingillo tecnologico assomigli anche solo vagamente a qualcos’altro già visto in un film di fantascienza, e subito loro son lì a gridare trionfanti: “Ci siamo! Il futuro è arrivato!”. L’ultima pensata è l’interfaccia manuale, presentata in un articolo di OggiScienza. E’ simile a quella vista in Minority Report: tu stai lì e agiti le mani mentre il computer riconosce i tuoi gesti e sposta gli oggetti in un ambiente virtuale. Anzi, l’interfaccia di Georg Hackenberg, del Fraunhofer Institute for Applied Information Technology, è pure meglio di quella del film: niente guanti e l’ambiente è tridimensionale. Wow!