Category: Spazio profondo


NGC 2467, un mandrillo tra le stelle

marzo 6th, 2013 — 8:34am

di Michele Diodati 

La nebulosa a emissione NGC 2467, nella costellazione australe della Poppa, è una complessa area di formazione stellare che comprende oggetti posti a distanze differenti lungo la stessa linea di vista. Vi sono giovani stelle blu che emettono una potente radiazione ultravioletta, ammassi aperti, vaste nebulosità di gas ionizzato e stelle in formazione ancora avvolte nei loro bozzoli.

Immagine in campo grande centrata su NGC 2467, ricavata dalla Digitized Sky Survey 2. L'area osservata ha un'estensione angolare di meno di 2 gradi (vedi anche in alta risoluzione). (Cortesia: DSS2/Davide De Martin)

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Asteroidi e coincidenze

febbraio 28th, 2013 — 9:01am

di Michele Diodati

L’asteroide che il 15 febbraio 2013 si è disintegrato sui monti Urali in Russia, rompendo gran parte dei vetri degli edifici della città di Chelyabinsk, ha creato una duplice, insolita coincidenza astronomica. La prima e più appariscente è stata il sovrapporsi di questo evento del tutto inatteso con il passaggio ravvicinato di un altro asteroide, 2012 DA 14, che proprio quel giorno ha sfiorato la Terra, sfrecciando a soli 27.680 chilometri sopra i cieli dell’Indonesia, al di sotto dell’orbita dei satelliti geostazionari (anche questo un evento molto raro).

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Una miriade di nane rosse e di pianeti abitabili

febbraio 11th, 2013 — 8:32am

di Michele Diodati

Lanciato il 7 marzo 2009, il telescopio spaziale Kepler non ha di certo deluso le aspettative degli astronomi. Sono ormai oltre 100 gli esopianeti, cioè i pianeti orbitanti stelle diverse dal Sole, la cui esistenza è stata scientificamente confermata. A fianco di questi, vi sono poi migliaia di candidati pianeti in attesa di conferma (2.740 a gennaio 2013). E nuovi candidati continuano ad aggiungersi all’elenco, a mano a mano che i dati provenienti dallo spazio vengono esaminati e riesaminati da una vasta comunità di astronomi e di semplici appassionati.

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E-ELT, il telescopio estremamente grande

gennaio 27th, 2013 — 10:33pm

di Michele Diodati

L’European Southern Observatory (ESO) sta progettando la costruzione di quello che – se davvero sarà costruito – sarà il più grande telescopio del mondo. Il progetto originale prevedeva uno specchio primario da 42 metri con un’area utile di circa 1.300 metri quadri. Il prezzo proibitivo, previsto in 1.275 milioni di euro, ha costretto a rivedere il progetto al ribasso. Lo specchio primario sarà così più piccolo: 39,3 metri di diametro per 978 metri quadri di area. Ciò farà scendere il costo totale dell’impresa a 1.055 milioni di euro.

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Tutti i colori del Sole

gennaio 25th, 2013 — 8:03am

di Michele Diodati

Lanciato dalla NASA l’11 febbraio 2010, il Solar Dynamics Observatory, più brevemente SDO, è il più sofisticato tra gli Osservatori solari inviati a studiare la nostra stella al di fuori dell’atmosfera terrestre. I suoi due strumenti – AIA (Atmospheric Imaging Assembly) e HMI (Helioseismic and Magnetic Imager) – producono quotidianamente immagini del Sole in numerose, diverse lunghezze d’onda, fino alla risoluzione massima di 4096×4096 pixel, circa 8 volte maggiore di quella tipica di un televisore ad alta definizione.

L’immagine seguente è un mosaico di particolari della superficie e dell’atmosfera solari, ripresi dal Solar Dynamics Observatory nelle differenti lunghezze d’onda alle quali operano i suoi strumenti.

Un mosaico di particolari della superficie e dell'atmosfera solari, ripresi dal Solar Dynamics Observatory nelle differenti lunghezze d'onda alle quali operano gli strumenti di SDO. (Cortesia: NASA/SDO/Goddard Space Flight Center)

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Apocalisse in salsa gamma

dicembre 21st, 2012 — 1:57pm

Tutto quello che non avreste mai voluto sapere sulle più terrificanti esplosioni dell’universo

di Alessandro Tavecchio

E’ un normale giovedì mattina. Al Polo Sud, nelle profondità della Terra ma soprattutto del ghiaccio, all’Ice Cube Neutrino Observatory, alcuni ricercatori annoiati seguono la routine, controllando i dati della notte precedente in cerca di qualche segnale interessante. Ancora nel dormiveglia, uno di loro nota qualcosa di strano. “Oh, ma avete visto l’ultimo set di dati? Si dev’essere fuso qualcosa: è completamente fuori scala!”, urla agli altri, ancora distanti, mentre un sottile fumo si alza e condensa dal suo caffè bollente. Le letture sono fuori da ogni norma. I neutrini sono particelle al limite dell’etereo, difficilissime da rivelare, eppure una pioggia improvvisa di questi fantasmi ha colpito i rivelatori. Perfino i neutrini solari, che provengono dall’oggetto più luminoso e vicino nel cielo, vengono a malapena registrati dagli avanzatissimi strumenti nelle profondità polari. “S’è spaccato tutto, qua”, esclama un altro scienziato, frustrato. Due ore dopo, i controlli tecnici non avrebbero notato nulla di irregolare negli strumenti. Ma nessuno sopravvivrà fino a due ore dopo.

Il Sole tramonta dietro l’Ice Cube Neutrino Observatory. Forse per l’ultima volta? (Cortesia: K. Vanderlinde/NSF)

I primi a sentire gli effetti sono i satelliti per le rilevazioni astronomiche, con i loro strumenti per le radiazioni ad alta energia. Uno per volta, travolti da un flusso inarrestabile di fotoni, abbagliati da una luce invisibile all’occhio umano, diventano ciechi. Poco dopo, sulla Terra, gli astrofili cominciano a vedere qualcosa: una nuova stella nel cielo. Che ben presto diventa abbastanza luminosa da essere notata anche da chi al cielo non presta mai attenzione. Alcuni realizzano immediatamente che cosa sta succedendo. Altri si fanno prendere dal panico e avvisano le autorità. La comunità internazionale è in fremito. Internet si riempie di messaggi: “Tirate fuori i telescopi! C’è una supernova!”. Ma tutto questo vociare non è davvero necessario. Ovunque sulla Terra, giorno o notte che sia, il Sole e le altre stelle non possono competere: la luce della nuova stella riempie ogni angolo del cielo.

Il panico comincia a diffondersi, ma è solo l’inizio. Ogni singolo apparecchio elettronico sulla Terra si spegne: non si accenderà mai più. L’unica luce rimasta, aspra, fredda, proviene da ogni direzione del cielo. Mentre le urla di terrore si alzano da ogni angolo del globo, i raggi gamma della supernova finiscono di incenerire lo strato di ozono che protegge la Terra dalle radiazioni cosmiche. Fuggire non serve a nulla, quando la morte si muove alla velocità della luce.

L’agonia prosegue più lenta per i pochi sopravvissuti. È il Sole a portare la fine. La sua luce ultravioletta attraversa senza intoppi un’atmosfera che ormai non esiste più, inondando la Terra con nuove, differenti radiazioni. In poche ore l’intera superficie del pianeta viene incenerita. Chiunque si trovi all’aperto resta cieco, bruciato, costretto a cercare riparo nelle profondità della terra o del ghiaccio. Servirà soltanto a prolungare la sua agonia.

La morte lentamente salirà la catena alimentare, sradicata alla base dalla totale sterilizzazione del pianeta. Non una pianta, non un’alga, non un singolo organismo fotosintetico sarà risparmiato. Nel giro di qualche settimana, i batteri estremofili saranno gli unici sopravvissuti sulla biglia blu che una volta era l’unico santuario della vita nel Sistema Solare.

È passato molto tempo dall’ultima volta che un’estinzione di massa è stata causata da un evento astronomico.

Ma, alla fine, il giorno è giunto.

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Il destino del Sole

ottobre 22nd, 2012 — 7:11am

di Michele Diodati

La fase stabile della vita di una stella di massa simile a quella del Sole dura diversi miliardi di anni. È la cosiddetta sequenza principale, in cui l’idrogeno presente nel nucleo viene convertito gradualmente in elio. La fusione nucleare che alimenta il meccanismo produce energia a un ritmo né troppo veloce né troppo lento, sufficiente a mantenere la pressione di radiazione e la gravità in equilibrio: la stella non si espande né collassa su se stessa.

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In cerca delle sfere di Dyson

ottobre 15th, 2012 — 3:00am

di Michele Diodati

Una stella come il Sole irradia nello spazio, secondo dopo secondo, un’immensa quantità di energia, che è stata calcolata in circa 3,84 x 1026 W (384 milioni di miliardi di miliardi di watt). Che fine fa tutta questa energia? Va per lo più sprecata.

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La storia della scoperta di Sgr A*

ottobre 3rd, 2012 — 7:22am

di Michele Diodati

Alla fine degli Anni Sessanta del secolo scorso, i progressi tecnologici compiuti nell’esplorazione del cielo nelle frequenze dell’infrarosso consentirono di bucare per la prima volta in modo efficace la nera cortina di polveri che rende invisibile il centro galattico ai telescopi ottici. Nel 1968 Eric E. Becklin e Gerald Neugebauer, due astronomi del Caltech, riuscirono a scandagliare i parsec centrali della Via Lattea in quattro diverse lunghezze d’onda dell’infrarosso, ottenendo i risultati migliori a 2,2 micrometri. Superando 25 magnitudini di oscuramento dovuto alle polveri nei bracci a spirale interposti, scoprirono sciami di stelle addossate l’una all’altra con una densità inverosimile, a paragone delle enormi distanze che, nella periferia galattica, separano il Sole dalle sue vicine. Un articolo pubblicato su Le Scienze nel 1974 (R.H. Sanders e G.T. Wrixon, “Il centro della Galassia”) riassumeva in modo suggestivo ciò che Becklin e Neugebauer avevano osservato:

Le misure infrarosse indicano che il nucleo galattico contiene circa un milione di stelle per parsec cubo, una densità stellare circa un milione di volte superiore a quella dei dintorni del Sole. Ciò implica che un essere vivente su un pianeta orbitante intorno a una stella del nucleo galattico vedrebbe un milione di stelle brillanti come Sirio, la stella più brillante del nostro cielo. L’intensità integrata di tutte le stelle del cielo notturno di un tale pianeta sarebbe pari a circa 200 Lune Piene. In queste condizioni gli astronomi ottici si dovrebbero limitare allo studio degli oggetti vicini più brillanti; sarebbe offuscata persino la luce delle galassie più brillanti. (È però dubbio che possa esistere una qualche forma di vita su pianeti del nucleo galattico, dato che con densità stellari tanto alte i passaggi ravvicinati tra le stelle sarebbero così frequenti che i pianeti verrebbero strappati dalle loro orbite ogni poche centinaia di milioni di anni.)

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Pura potenza radiante nel cuore di NGC 3603

settembre 24th, 2012 — 3:00am

di Michele Diodati

Nel cielo australe, annidata nel braccio a spirale della Carena, si trova la più massiccia regione H II, cioè di idrogeno ionizzato, della Via Lattea. E’ NGC 3603, una nebulosa a emissione scoperta nel 1834 da John Herschel, mentre si trovava in Sudafrica per studiare i cieli meridionali. Distante 20-22 mila anni-luce dalla Terra e accreditata di contenere qualcosa come 400 mila masse solari di gas, NGC 3603 è una regione di esplosiva formazione stellare, interessante per diversi motivi, in particolare perché ospita al suo centro un piccolo ma densissimo ammasso stellare aperto, con la più incredibile concentrazione di stelle massicce finora scoperta nella Via Lattea.

Il giovane ammasso aperto al centro di NGC 3603, ripreso ad aprile 1999 nel vicino infrarosso con lo strumento ISAAC del telescopio Antu da 8,2 metri del Very Large Telescope. (Cortesia: ESO)

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Quanto sono vecchi gli anelli di Saturno?

settembre 17th, 2012 — 7:16am

di Michele Diodati

Probabilmente nessun oggetto celeste più degli anelli di Saturno è in grado di suscitare meraviglia e mistero. Anche chi non ha mai sollevato gli occhi verso il cielo né mostrato il minimo interesse per le cose dell’astronomia sa che esiste un pianeta circondato da uno strano sistema di anelli. Ma pochi sanno, forse, che neppure gli astronomi conoscono precisamente il tempo e il modo in cui a Saturno crebbero quei famosi anelli.

Un'immagine degli anelli di Saturno ottenuta il 21 giugno 2004 dalla sonda Cassini, nove giorni prima di entrare in orbita intorno al pianeta gigante. Gli anelli sono visti nei loro colori naturali, da una distanza di 6,4 milioni di km (ogni pixel corrisponde a 38 km). L'anello B è il più brillante. Si apprezzano chiaramente le sue sfumature color sabbia, alternativamente più chiare e più scure. (Cortesia: NASA/JPL/Space Science Institute)

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L’unità astronomica (o la faticosa ricerca della distanza del Sole)

settembre 12th, 2012 — 9:36am

di Michele Diodati

Le distanze in astronomia sono astronomiche, nel vero senso della parola. Anche se ci limitiamo a misurare il cortile di casa, cioè il sistema solare, abbiamo a che fare con abissi di spazio che si calcolano in miliardi di chilometri. Plutone, per esempio, ha un’orbita molto ellittica, in cui la distanza dal Sole varia da un minimo di 4.437.000.000 chilometri a un massimo di 7.311.000.000 chilometri. Maneggiare numeri così grandi non è pratico, così come non lo sarebbe esprimere la distanza tra Roma e New York in millimetri (per la cronaca, 7.216.000.000 millimetri).

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Super supernovae

agosto 13th, 2012 — 3:00am

Le stelle più grandi muoiono in esplosioni di una potenza inimmaginabile. Alcune sono causate in parte dalla produzione di antimateria

di Avishay Gal-Yam

Verso la metà del 2005, l’Osservatorio Keck sul Monte Mauna Kea alle Hawaii potenziò i suoi giganteschi telescopi gemelli. Grazie alla compensazione automatica della turbolenza atmosferica, i telescopi erano ora in grado di produrre immagini nitide quanto quelle del Telescopio Spaziale Hubble. Shrinivas Kulkarni, del California Institute of Technology, che era supervisore del Keck, incoraggiò i ricercatori giovani del Caltech – e me tra quelli – a sbrigarsi a inoltrare la richiesta per ottenere tempo di osservazione. Facendo nostro il consiglio, io e i colleghi post-dottorato Derek Fox e Doug Leonard decidemmo di collaborare per provare un tipo di ricerca che fino ad allora era stato portato avanti quasi esclusivamente per mezzo di Hubble: metterci a caccia di progenitori di supernovae. In altre parole, volevamo comprendere che aspetto hanno le stelle quando stanno per esplodere.

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Quest’articolo è la traduzione in italiano di un articolo di Avishay Gal-Yam, esperto di supernovae e capo del Dipartimento di astrofisica sperimentale presso il Weizmann Institute of Science, in Israele. L’articolo è stato pubblicato sul numero di giugno 2012 di Scientific American.

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Sir George Darwin e la “gemmazione” della Luna

agosto 2nd, 2012 — 2:05pm

di Michele Diodati

Quando pensiamo al nome ‘Darwin’, ci viene in mente immediatamente Charles Darwin, uno dei maggiori scienziati di tutti i tempi, autore di quell’Origine delle specie che occupa un posto di assoluto rilievo nella letteratura scientifica mondiale. Ma la storia della scienza annovera anche un altro Darwin, certo molto meno famoso di Charles. Si tratta di George Howard, quinto figlio di Charles ed Emma Darwin.

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Rivelatori di particelle a LHC. Decima parte: particelle che non lasciano tracce

luglio 21st, 2012 — 10:03am

di Marco Delmastro

Abbiamo imparato a rivelare la presenza di particelle che lasciano un qualche tipo di traccia, per ultimi i muoni, ma che facciamo con le particelle che non lasciano tracce, come i neutrini? A prima vista, non c’è molto da fare: questo tipo di particella attraversa tutti i rivelatori senza interagire, e non c’è verso di fargli lasciare una firma visibile. Se ci pensate bene, però, anche il non lasciare tracce è una traccia, ed è proprio quest’idea che i fisici utilizzano per evidenziare la presenza di una particella invisibile. Vediamo come.

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Plutone e Caronte, una coppia di fatto nella Fascia di Kuiper

luglio 20th, 2012 — 6:55am

di Michele Diodati

Una grande attrazione fa doppio il pianeta

Il 24 agosto 2006, alla chiusura dell’assemblea generale dell’Astronomical International Union (IAU), fu votata una risoluzione che retrocedeva Plutone da pianeta a tutti gli effetti allo status di pianeta nano. La notizia fece rapidamente il giro del mondo e suscitò reazioni di ogni genere, per lo più dispiaciute nei confronti dell’ignaro ex pianeta. Evitiamo di entrare nei dettagli della risoluzione, per concentrarci su un’altra questione. L’accesissima e turbolenta discussione da cui nacque quella controversa retrocessione portò a eludere il dibattito su un’altra delle proposte che erano state presentate all’assemblea: decidere se attribuire alla coppia Plutone-Caronte lo status di pianeta doppio. Non se ne fece nulla, sicché Caronte è ancora catalogato come un satellite di Plutone. Ma è interessante cercare di capire cosa si intende per pianeta doppio (o si può intendere, visto che non si tratta di una classificazione ufficiale).

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Rivelatori di particelle a LHC. Nona parte: i puntini lasciati dai muoni

luglio 14th, 2012 — 9:37am

di Marco Delmastro

Cosa ci resta da rivelare? Nelle puntate precedenti abbiamo visto come misurare le tracce di particelle cariche, come distinguere elettroni da fotoni e protoni da neutroni, e come fare a osservare quark e gluoni. Cosa manca? Poca roba. I neutrini, e in generale le particelle che non interagiscono poco o niente, e i muoni. Di questi ultimi parliamo velocemente oggi.

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Rivelatori di particelle a LHC. Ottava parte: spray di particelle (ovvero, come si vedono quark e gluoni)

giugno 29th, 2012 — 10:39am

di Marco Delmastro

Nell’ultima puntata abbiamo discusso di sciami e calorimetri adronici. Verso la fine, accennavo al fatto che in fondo misurare adroni non è di per se molto interessante, perché quello che veramente ci serve è rivelare la produzione di quark, che sono (per quello che ne sappiamo oggi) elementari.

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Rivelatori di particelle a LHC. Settima parte: sciami da adroni

giugno 21st, 2012 — 5:11pm

di Marco Delmastro

Come accennavo un paio di puntate fa, i calorimetri elettromagnetici sono perfetti per misurare energia e posizione di elettroni e fotoni, ma per fare la stessa cosa per gli adroni (ovvero, per particelle come protoni, neutroni, pioni, kaoni, …) è necessario equipaggiare il proprio rivelatore di calorimetri dedicati, chiamati appunto calorimetri adronici. Perché?

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Rivelatori di particelle a LHC. Sesta parte: i calorimetri elettromagnetici di ATLAS e CMS

giugno 5th, 2012 — 8:19am

di Marco Delmastro

Verso la fine dell’ultima puntata, dopo avervi tratteggiato a grandi linee come funziona un calorimetro elettromagnetico per la misura dell’energia di elettroni e fotoni, vi avevo promesso di raccontarvi quali particolari tecnologie avessero scelto ATLAS e CMS per questo tipo di rivelatore. Vi ricordate? Si tratta di costruire un oggetto dentro il quale elettroni e fotoni possano generare uno sciame elettromagnetico, disperdendo tutta la loro energia e venendo di fatto assorbiti. Vi serve dunque un oggetto fatto di un materiale sufficientemente pesante e di dimensioni tali da assorbire gli elettroni e i fotoni delle energie tipiche che volete misurare, e allo stesso tempo attivo in modo da trasformare l’energia assorbita in un segnale che potente misurare.

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Rivelatori di particelle a LHC. Intermezzo imprevisto: sulla profondità di uno sciame, e sul perché i conti aiutano la comprensione

marzo 1st, 2012 — 5:35pm

di Marco Delmastro

Devo ammettere che sono rimasto stupito dal numero di commenti all’articolo sugli sciami elettromagnetici. Ma come? Meno di una decina di tentativi di risposte al compito a casa? Non che me aspettassi migliaia, ma visto che quell’articolo negli ultimi giorni è stato letto (o perlomeno aperto) parecchie centinaia di volte, il rapporto tra letture e tentativi di risposta mi sembra un po’ scarso. Forse l’articolo era troppo lungo, e non tutti sono arrivati al fondo (TL;DR?). O forse alcune delle mie ipotesi di fondo erano sbagliate.

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Rivelatori di particelle a LHC. Quinta parte: sciami di elettroni e fotoni

febbraio 29th, 2012 — 3:00am

di Marco Delmastro

Dicevamo nella puntata precedente che non tutte le particelle sono cariche, e che ci servirà dunque anche un sistema per misurare energia e posizione di particelle neutre, come il fotone o il neutrone. Inoltre, i tracciatori centrali potrebbero non essere sempre la soluzione migliore per misurare l’energia delle particelle cariche: se la velocità di queste particela è troppo grande, la curvatura della loro traccia nel campo magnetico centrale sarà infatti minima (di fatto, le tracce appariranno praticamente diritte), e la misura del momento da parte del tracciatore non molto precisa. Per ottener una precisione migliore, dovreste estendere la copertura del tracciatore fino a dimensioni poco pratiche, aumentando a dismisura il numero degli strati, e accollandovi un costo spropositato. La soluzione scelta invece da praticamente tutti gli esperimenti di fisica delle particelle delle alte energie, è quella di far seguire i tracciatori dai calorimetri, dispositivi specializzati nella misura dell’energia delle particelle tramite il loro completo assorbimento. L’idea è semplice: se riesco a fermare una particella, e a farle rilasciare tutta la sua energia nel rivelatore mentre ne interrompo la corsa, posso misurare questa energia con grande precisione.

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Rivelatori di particelle a LHC. Quarta parte: solenoidi e tracciatori

febbraio 17th, 2012 — 4:23pm

di Marco Delmastro

Come promesso alla fine della puntata precedente, quella in cui vi ho spiegato a grandi linee il funzionamento di un tracciatore centrale, vorrei mostrarvi come sono fatti questi rivelatori (e i loro rispettivi campi magnetici) in ATLAS, in CMS, e in ALICE. Dei tracciatori per muoni, che in fondo sono basati sugli stessi principi ma vengono tradizionalmente chiamati “spettrometri”, parleremo in un articolo a parte in seguito. Ho pensato di menzionare anche ALICE, insieme ai due esperimenti maggiori, perché il suo sistema di tracciamento è basato su principi un po’ diversi da quelli usati da ATLAS e CMS, e su una tecnologia più vecchia che ha pregi (la capacità di riconoscere molte tracce allo stesso tempo) e difetti (tempi di reazione più lenti).

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Chiacchierata senza tempo

gennaio 26th, 2012 — 1:18am

Prendersi una tisana con Julian Barbour

di Diletta Martinelli (D.M.) e Matteo Lostaglio (M.L.)

D.M.: Professore, assaggi questi dolcetti. Sono buonissimi.

I baci di dama! Li conosco! Buonissimi davvero.

Tisana calda in mano, luce soffusa. Il professore allunga le gambe e si rilassa. Poche ore fa ha tenuto una conferenza dal titolo “Gravity as Shape Dynamics“, ha lavorato fino a tardi e domani è atteso a Roma dove interverrà al Festival delle Scienze. Eppure trova lo stesso il tempo per le nostre domande. Sarà che per Julian Barbour il tempo non esiste.

Tisana, baci di Dama e fisica teorica. What else? (Cortesia: F. Mancuso)

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A colpi di dimostrazione

dicembre 29th, 2011 — 10:35am

Niente spade, solo equazioni

di Diletta Martinelli

C’era una volta un tempo, ormai lontano lontano, in cui le nuove scoperte scientifiche non facevano il giro del mondo con un clic, non si scrivevano paper e non c’erano concorsi pubblici per diventare professore ordinario (a dir la verità di quelli non ce ne sono molti nemmeno oggi…). Ma allora come si poteva diventare scienziati di successo? Semplice: ci si sfidava a duello.

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Einstein, il finanziere

dicembre 24th, 2011 — 10:34am

Economia + Fisica = Econofisica

di Diletta Martinelli

Ormai è stato sdoganato anche il linguaggio della finanza. Default, CCT, bond e bund sono parole che affollano le pagine dei giornali ma anche le conversazioni da bar: “Tutta colpa dello spread!”. Forse però non tutti sanno che le fluttuazioni dei famigerati indici azionari hanno un padre nobile, che con la borsa e le speculazioni finanziarie non c’entrava proprio niente. Era un fisico. Anzi, il Fisico. Sì, proprio lui: Albert Einstein.

Di qua il genio della finanza, di là il genio della fisica. Ma dove pende la bilancia? (Cortesia: D. Martinelli)

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Piccoli, bianchi frattali di neve

dicembre 14th, 2011 — 3:00am

Peccato che ancora non arrivino

di Diletta Martinelli

Ormai ci siamo. Luminarie per le strade, piste di ghiaccio nelle piazze, facce sorridenti con le guance arrossate davanti al banchetto delle caldarroste. Manca solo una cosa per completare l’atmosfera natalizia: dei romantici, bianchi, a volte un po’ infami fiocchi di neve che scendono giù dal cielo. Una maestra potrebbe proporre un nuovo lavoretto di Natale: “Bambini, disegnate un fiocco di neve!”. La procedura in fondo è molto semplice. Prova anche tu: si parte con un triangolo equilatero, poi si divide ogni lato in tre parti uguali e si costruisce nella parte centrale un altro triangolo, e così via… per quante volte? Infinite! Eh, sì, perché quello che stai costruendo non è altro che il fiocco di neve di Von Koch, un tipico esempio di oggetto frattale.

Ingrandito, appare così. (Cortesia: SnowCrystals.com)

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“E’ così che progredisce la scienza”

settembre 30th, 2011 — 11:44am

Fermate quei neutrini! 

di Massimo Biondi

Voglio che qualcuno fermi quei neutrini nella loro corsa folle per arrivare presto, molto presto, quasi subito, al traguardo. Per arrivarci – come sembra – prima della luce, che pure tanto piano non andava. Voglio che qualcuno li fermi, o quanto meno provi a intralciarli e rallentarli un po’, così da farli arrivare con calma. Lo voglio per una serie di motivi, ma soprattutto perché sono stanco. Un po’ anziano e stanco. Vi state chiedendo che c’entra la mia stanchezza con la corsa a precipizio dei neutrini? Beh, se avrete la pazienza di arrivare in fondo a quest’articolo lo capirete.

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“E’ colpa nostra”

settembre 26th, 2011 — 8:56am

Poche storie: la causa del global warming siamo noi

di Marco Cagnotti

Un’intervista a Luca Mercalli è disponibile
anche nel podcast di Quarantadue

“Signora mia, non ci sono più le mezze stagioni”: lo dicono le nostre nonne e probabilmente lo dicevano anche le loro nonne. Da sempre la saggezza popolare ha rivolto la propria attenzione verso il cielo e i suoi fenomeni. Ovvio: la civiltà contadina non poteva prescinderne. Sicché cercava regolarità e anomalie. Qualche volta azzeccandoci, qualche altra no. Poi è arrivata la scienza, 400 anni fa, con il rigore delle misure quantitative. E nell’ultimo secolo e mezzo ha dimostrato che il clima sta mutando in direzione di un riscaldamento globale. Non solo: ha individuato un responsabile. E tenta pure qualche proiezione verso il futuro.

Conferenza

Venerdì 30 settembre alle 20 e 30, presso l’Istituto Cantonale di Economia e Commercio (ICEC) di Bellinzona, Luca Mercalli terrà una conferenza dal titolo

“Prepariamoci”,

organizzata dalla rivista “Confronti” e dal Partito Socialista del Canton Ticino.

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Le strade per la fusione

agosto 23rd, 2011 — 7:49am

Le vie battute: confinamento magnetico e inerziale

di Andrea Signori

In questo e nei prossimi articoli si parlerà di fusione nucleare. Non di quella “fredda”, di cui non esistono né riscontri scientifici certi né basi universalmente riconosciute, ma di quella termonucleare (“calda”), fenomeno scientifico ben studiato e documentato. In particolare, ci si occuperà dello “stato dell’arte tecnologico”, cioè delle sperimentazioni su piccola o grande scala.

Continua… (puntozero)

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