È cominciato con un senso di stanchezza, pressappoco due anni fa. Mi svegliavo la mattina e non avevo una gran voglia di mettermi a lavorare. Mi mancava lo slancio. La passione. L’amore. Poi, certo, lavoravo comunque, perché sono un professionista. Per inerzia, però. E non una mattina soltanto. Macché: tante mattine, una dopo l’altra. E la sera andavo a dormire scontento. Perché il lavoro non mi aveva dato soddisfazione, pensavo. Invece il motivo era diverso: non ne capivo più il senso, lo scopo.
Non so… grazioso è grazioso. Tecnicamente è ineccepibile. E’ anche toccante, volendo. Ma se lo scopo era invogliare alla lettura… beh, a me sembra un fallimento.
Dice che se la cercano. Dice che se vestono in abiti succinti provocano e poi succede che le violentano. Dice che se trascurano la famiglia e i figli sono arroganti e poi capita che le ammazzano. Dice pure che se non ti ecciti come un mandrillo quando vedi una donna discinta sei frocio. Dice. E sai che c’è? Ha ragione: le donne se la cercano. Ma non le donne che dice lui e non perché lo dice lui.
TV-spazzatura, è chiaro. E chi partecipa gente poco seria. Ovvio. Gente per cui l’immagine conta più della sostanza. La superficialità eretta a filosofia di vita. Braccia rubate all’agricoltura… bla bla bla…
Persona che vai in autostrada a 180 all’ora e hai la piacevolissima abitudine di chiedere strada lampeggiando a tutto e a tutti come se stesse arrivando sua maestà (da qui in avanti “persona”, in latino), ho un paio di cose da dirti. La prima è che non sei per niente piacevolissimo, ma forse questo già lo sai. Invece una cosa che di sicuro non sai è che non sei nessuno. Ti informo che sulle autostrade italiane circolano almeno una decina di milioni di personae come te, tutte convinte di essere sua maestà come te, tutti maschi come te e tutti col tuo stesso identico muso. In pratica, per farti capire, è come se tu ti vedessi arrivare negli specchietti Pulcinella.
Non mi sembra possibile che quest’universo fantasticamente meraviglioso, questa incredibile estensione di tempo e di spazio e di differenti tipi di animali, e tutti i differenti pianeti e l’insieme degli atomi con i loro movimenti, eccetera, insomma tutta questa cosa complicata possa essere semplicemente un palcoscenico, in modo che Dio possa osservare gli uomini combattere per il bene e il male. Perché questa è la visione propria della religione. Il palcoscenico è troppo grande per un tale spettacolo.
Le parole qui riportate in traduzione italiana erano parte di un’intervista che il grande fisico Richard Feynman, Premio Nobel nel 1965, uno dei più geniali uomini di scienza mai vissuti, rilasciò nel 1959 a una televisione locale americana chiamata KNXT. L’intervista non andò in onda ed è facile immaginare perché (l’aneddoto è raccontato a pagina 372 di una biografia di James Gleick su Feynman, pubblicata nel 1992).
Avevo più o meno dieci anni quando, passeggiando in una via del centro, scorsi nella vetrina di una libreria che oggi non c’è più la copertina argentata di un libro di fantascienza, La memoria dello spazio, dello scrittore britannico Colin Kapp. Riuscii alla fine a farmelo regalare e ricordo ancora l’ansia gioiosa con cui mi accingevo a leggere per la prima volta una storia che mi avrebbe portato, così speravo, tra pianeti alieni, astronavi, guerre interplanetarie. Quel libro, il solo averlo prima e più ancora che leggerlo, mi consentiva di fare ciò che mi riusciva meglio: perdermi nei voli della fantasia, astraendomi per ore intere fin quasi a non sentire più il suono delle voci e delle attività umane intorno a me.
Qua dentro gira da un po’ la voce che io sono crisi e che voglio chiudere Stukhtra. Che sono malato. Che mi sono rotto le palle. Che sono oberato da altri lavori. Che preferisco occuparmi di tutt’altro. Tutto vero, almeno in parte. E non sto a dilungarmi, se non nei limiti dello stretto necessario. Però qualche spiegazione ai lettori di Stukhtra la devo, sicché qualcosa dirò.
Viviamo in un mondo paradossale. Usiamo quotidianamente strumenti tecnologici straordinariamente potenti, che hanno messo a nostra disposizione, almeno nei paesi ricchi, mezzi del tutto inconcepibili anche solo cento anni fa. Possiamo parlare istantaneamente e a basso costo con persone che vivono dall’altra parte del mondo; possiamo volare dall’Italia all’Australia in meno di ventiquattr’ore; possiamo riscaldarci senza accendere fuochi negli appartamenti; possiamo ordinare beni e servizi via Internet e riceverli a casa in pochissimo tempo; possiamo svolgere lavori pesantissimi usando mezzi motorizzati, senza più ricorrere alla forza di animali o di schiavi; possiamo mandare telescopi nello spazio per fotografare galassie distanti miliardi di anni luce; possiamo usare la forza dell’atomo per produrre energia.
C’è una cosa che mi colpisce, in questi giorni di terremoto. Che mentre il giornalismo di inchiesta, quello di sinistra e quello alternativo danno sempre più voce ai sedicenti scienziati indipendenti da garage, ci sono gli scienziati veri che mi scrivono per raccontare una scienza ufficiale sempre più malmessa e maltrattata.
1. Terremoto in Emilia: a differenza di quello che è successo per il terremoto dell’Aquila, in questa occasione saltano fuori pochi pseudoscienziati incompresi, maghi che avevano previsto tutto, inquietanti terzine di secoli fa, profezie sudamericane e altre aruspicine ciniche, se non sui blog dei deliri, degli sciacalli e dei complottisti.
Però sui giornali e tivvù normali impazza il Professore che da anni dice di avere un modello capace di fare previsioni. Sono previsioni a sei mesi e su aree del territorio molto vaste, tipo dal Friuli al golfo di Sorrento, considerate poco significative dagli altri esperti del settore.
Il giorno dopo il terremoto viene pubblicato questo articolo, in cui si riferisce che invece il Professore aveva indicato con precisione la zona dell’epicentro.
E il giorno successivo, l’istituto per cui il Professore lavora si dissocia dalle dichiarazioni del Professore stesso.
Trovare l’incongruenza e il dettaglio perfido di questa storia.
C’è gente che ritiene che i principi del metodo scientifico siano opinabili: opinabili anche durante una cena in pizzeria da parte di gente che di mestiere fa tutt’altro.
Strano: io non ho mai contestato il regolamento di San Remo o la struttura del Codice penale, né penso che lo farei, non avendo gli strumenti per permettermelo.
Eppure sulla scienza tutti hanno qualcosa da dire del tipo: al giorno d’oggi non puoi fidarti di nessuno, gli scienziati sono sempre un po’ presuntuosi, la scienza non può spiegare tutto, che male vi fanno gli scienziati non ufficiali, tutta ‘sta ricerca e non abbiamo ancora sconfitto il cancro e così via. Fino a una frase molto precisa, che è il tema della lezione di oggi: se parti con l’idea che chi dice cose fuori dal coro sia un ciarlatano, non troverai mai il prossimo Einstein!
Lo sport ha le sue regole, l’economia le sue regole e il teatro le sue regole. E così via.
Se faccio il giornalista scientifico, si presume che conosca le regole del giornalismo e quelle della scienza.
Se faccio il giornalista sportivo, quelle del giornalismo e quelle dello sport.
Se faccio il giornalista scientifico e finisco per trovarmi a lavorare su una cosa di sport senza saperne le regole, potrei pensare che uno che gioca a calcio con le mani sia un geniale innovatore. Invece molto più probabilmente è un baro. Idem per un giornalista che non conosce le regole della scienza e si trova a lavorare su una cosa di scienza.
In entrambi i casi, ci vengono in soccorso le regole del giornalismo, che impongono di verificare un bel po’ di volte quello che stiamo per dire.
Regola numero 1: Lo scienziato sedicente eterodosso, fuori dal coro, non ufficiale, indipendente e via discorrendo, nel 99% dei casi è un ciarlatano.
Regola numero 2: Nella scienza, e nella medicina in particolare, i ciarlatani possono essere molto pericolosi.
Regola numero 3: Anche se non sono così pericolosi, i ciarlatani tendono a chiedere soldi: ai cittadini, alle istituzioni, alla politica. Magari lo fanno raccontando storie semplici semplici sugli interessi degli altri nascondendo con cura i propri: ricordiamoci che nessuno vive d’arte e d’amore.
Fu con 2001: Odissea nello spazio, film di fantascienza del 1968, che l’immagine dell’extraterrestre subì, rispetto a quella che era stata sino ad allora, un drastico cambiamento. Gli alieni invasori, conquistatori e sterminatori dei film degli Anni Cinquanta e Sessanta divennero, con 2001, coloro i quali ci hanno fatto dono del bene dell’intelletto quando eravamo delle povere scimmie e per milioni di anni hanno atteso che la nostra tecnologia raggiungesse quel minimo livello sufficiente per incontrarli e ricevere l’ulteriore (meritato?) bene dell’onnipotenza. E così sia.
Io mi chiamo Luca Sofri, ho 47 anni, e faccio il direttore del Post: è un giornale online e ha due anni. Ve ne parlo brevemente perché in questi due anni è stato per noi uno straordinario luogo di sperimentazione e ricerca sui funzionamenti dell’informazione e della rete, e sul rapporto con i lettori.
A Giornalettismo piace proprio il Sole. Piace così tanto che hanno deciso, con implacabile periodicità, di farne l’oggetto di cazzate. Dopo il tornado, ora c’è pure il getto di fuoco. Perché, com’è noto, il Sole brucia. Proprio come la legna nel caminetto. Uguale uguale.
Sono un orfano di Megavideo. Da settimane vivo in astinenza da serie TV, delle quali sono (anzi ero) un grande cultore. Per non parlare dei film. D’altronde non avevo alternative.
Non sono onnisciente. Non so tutto. Con le cose che non so ci si potrebbe scrivere un’enciclopedia. Questo perché la memoria mi fa difetto e soprattutto mi manca il tempo per leggere e approfondire quanto vorrei. Sicché, mentre su alcuni argomenti mi sento assai ferrato, su altri zoppico un po’. Uno di questi è la TAV.
E’ come se ogni dodici ore sbattessi la testa prima sugli scienziati, poi su quelli della comunicazione, poi di nuovo sugli scienziati, poi ancora su giornalisti e autori tv.
Un mio amico, uno che è scienziato ma è bravo con la sintesi purché sia riducibile in linguaggio matematico, l’ha spiegata così: io sto a te come tu stai ai tuoi colleghi non scientifici.
Cioè: quando parli agli scienziati pretendi uno sforzo di semplificazione titanico, quando parli ai colleghi non scientifici esageri col puntiglio. Tutta la vita così. Finché non stai sulle balle a tutti.
Ma non sono io che sono strana: è il mio mestiere che lo è.
Marco riprende uno spunto lanciato da Peppe per porsi una domanda: la fisica è difficile? O meglio: si può spiegare la fisica in maniera facile? In proposito ho solo una cosa da dire. Semplice semplice: mi sono rotto i coglioni.
A Mezzolombardo, in Trentino, c’è una sala, il Teatro San Pietro, che la Parrocchia ha dato in comodato d’uso al Comune. Con una clausola: “Il Comune si impegna a non consentire lo svolgimento di spettacoli che possano recare offesa ai valori religiosi e alla dottrina della Chiesa Cattolica”. Adesso il Comune organizza la presentazione di un libro di quell’ateaccia di Margherita Hack dedicato alla bioetica. I bigotti s’incazzano e negano il permesso. E sai che c’è? Hanno ragione loro.
“Saturno”, inserto culturale de “il Fatto Quotidiano”, segnala un simpatico esempio di censura interna alla Chiesa Cattolica. Di che si parla? Aperture alla contraccezione? No. Possibilità di eutanasia? Nemmeno. Aborto? Fecondazione assistita? Macché. Galileo!
Stamattina sul “Corriere del Ticino” Michele Fazioli, a una settimana esatta da un suo precedente commento dello stesso tenore, ci allieta con le sue acute riflessioni sul riscaldamento globale. Ahimè, il suo pregevole articolo non è on line, sicché posso citarlo solo parzialmente.