Proprio in questi giorni le attività di LHC stanno riprendendo dopo la pausa invernale, vediamo dunque se riesco a spiegarvi un pezzo alla volta (e brevemente ogni volta) come funziona questa macchinone. Cominciamo dunque dall’inizio: LHC è un acceleratore e collisore di protoni (anche di ioni più pesanti, ma per adesso sorvoliamo). Dove andiamo a prendere i protoni in questione?
A proposito di belle immagini di zone dove si formano le stelle, questo è un dettaglio della nebulosa della Carena (non si vede nei nostri cieli, ma solo nell’emisfero australe), una foto semplicemente meravigliosa, pubblicata proprio in questi giorni per celebrare i venti anni del telescopio spaziale Hubble (qui trovate anche quelle ad alta risoluzione).
Ma i miei occhi vedrebbero esattamente la stessa cosa? (Cortesia: NASA/ESA/M. Livio/STScI)
L’attività vulcanica dell’isola è ciclica. E sta ripartendo
di Marco Cagnotti
“Ma a chi volete che importi di monitorare i vulcani?”: parole di Piyush Jindal, governatore della Louisiana, repubblicano, già noto come difensore dell’insegnamento dell’Intelligent Design nelle scuole del proprio Stato. Una “perla” che fa il paio con la nota affermazione di Sarah Palin sullo spreco dei soldi dei contribuenti per studiare cose inutili come il moscerino della frutta. Intanto, per dimostrare la balordaggine di Jindal e degli scientofobi pari suoi, l’Eyjafjallajökull dà spettacolo e mette in crisi i viaggiatori e le compagnie aeree europee. Se hanno ragione alcuni scienziati islandesi, quest’eruzione potrebbe essere solo l’antipasto.
Il supertelescopio finirà (tanto per cambiare…) in Cile
di Marco Cagnotti
42 metri di apertura: il telescopio più grande della storia. Roba da radioastronomia, verrebbe da dire. Invece opererà nell’ottico. E finalmente ha una casa. Deve ancora traslocarci, ma almeno l’indirizzo c’è: il Cerro Armazones. Sempre in Cile, comunque: l’European Southern Observatory ha deciso di restare in Sudamerica anche con l’European Extremely Large Telescope (E-ELT).
Rivoluzionerà l'astronomia come il cannocchiale di Galileo? (Cortesia: ESO)
Scettiche allegre sbugiardano religioso iraniano. Prendendolo di petto
di Paolo Attivissimo
Qualche giorno fa Hojatoleslam Kazem Sediqi, il religioso che dirige le preghiere del venerdì a Teheran, ha dichiarato che i terremoti sono causati dalle donne promiscue e da quelle che vestono in modo non modesto.
L’antiscienza di Hollywood: no, i meteoriti non scottano
di Paolo Attivissimo
Nei giorni scorsi vari media hanno mostrato il video di un oggetto fumante, lungo circa sette centimetri e descritto come “un frammento di meteorite” (Repubblica), che sarebbe precipitato dal cielo, stando ai resoconti di polizia, su una spiaggia presso Bat Yam, vicino a Tel Aviv. Ne parlano anche Haaretz e la BBC. Il video mostra le persone sulla spiaggia che osservano il frammento mentre continua a bruciare: non è incandescente, ma è scuro e le fiamme vi danzano sopra e intorno, emanando fumo.
Sono partiti con le prime collisioni da 7 TeV, record mondiale, il 30 marzo. E già il 5 aprile hanno fatto il botto. Anzi, il bottom. Il quark bottom, per la precisione.
Se vuoi riassumere 65 milioni di anni in 3 minuti e mezzo, sei costretto a uno sviluppo temporale logaritmico: negli ultimi secoli c’è troppa roba interessante. Ma interessante per chi? Per noi, ovvio.
Due giorni fa la decana italiana delle neuroscienze ha festeggiato 101 anni. La comunità scientifica le si è stretta affettuosamente intorno in un evento battezzato “Rita Levi-Montalcini 101″: un nome ben pensato, perché nel gergo universitario americano 101 è il corso base di una disciplina. Un bel traguardo personale. Ma la meta finale per la comunità degli scienziati, ossia la parità effettiva fra donne e uomini, è ancora lontana. Lo conferma un rapporto recente dell’American Association of University Women (AAUW).
Una donna insegna la geometria a un gruppo di monaci, in un’edizione di una traduzione medievale degli “Elementi” di Euclide attribuita ad Adelardo di Bath. La donna è una figura allegorica che rappresenta la geometria stessa. (Cortesia: The British Library)
Nella necessità di spiegare chi lui sia, ti senti anche un po’ scemo. Specie se il tuo target è il pubblico di Rete Tre. Perché lui è il Disinformatico, la tua coscienza radiofonica che ogni settimana ti ricorda quanto sia importante proteggersi dai virus, non ridistribuire le catene di sant’Antonio, non dar credito ai falsi appelli per i bambini malati terminali la cui guarigione dipende solo da un tuo email, non cascare come un pollo nelle tentazioni dello spam, non diffondere le tue immagini più compromettenti nei social network.
Paolo Attivissimo. (Cortesia: Antonio Sofi)
Lui è Paolo Attivissimo (di nome e di fatto… battuta scontata che s’è sentito fare innumerevoli volte): traduttore, consulente, giornalista, blogger, sbufalatore e millemila altre cose (talché ti chiedi quando costui trovi il tempo per mangiare, dormire, perfino respirare… e dunque finisci per sospettare che sia un Borg). Fra le tante, è anche un pervicace nemico dei lunacomplottisti, ossia i negazionisti della conquista umana della Luna. Tant’è vero che sulla faccenda ha appena pubblicato un libro che ambisce a essere la summa di tutti gli argomenti in difesa dell’evidenza. E già il titolo non lascia dubbi: Luna? Sì, ci siamo andati. Pubblicato da Attivissimo medesimo (anche in questo sempre in anticipo sui tempi) attraverso Lulu, può facilmente essere acquistato on line oppure scaricato gratuitamente in formato PDF senza lucchetti digitali anticopia.
1 contro 11: è questo il rapporto fra uno scienziato e i suoi avversari nella competizione per l’assegnazione del tempo di osservazione dell’Hubble Space Telescope. Per ironia della sorte, quello strumento oggi così concupito non era, nei progetti iniziali, molto desiderato. Ma 20 anni dopo (esattamente nel preciso minuto in cui pubblichiamo quest’articolo) tutto è cambiato.
Vulcano islandese, i Maya lo avevano previsto. Ma sono morti nel tentativo di pronunciarne il nome
di Paolo Attivissimo
La spettacolare eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajökull (eya-fiatya-yökutl, isola-montagna-ghiacciaio), per gli amici Mario, non è riuscita a sottrarsi alla furia di una forza della natura ancora più potente: la fantasia dei catastrofisti.
Capita di tanto in tanto che qualcuno mi chieda che cosa faccio di mestiere. Immancabilmente, dopo che dico “il ricercatore” o “il fisico delle particelle”, e tento di spiegare qualche dettaglio del mio lavoro più o meno quotidiano (e dunque il CERN, LHC, ATLAS, gli acceleratori, il Modello Standard e i suoi limiti, il bosone di Higgs, i fotoni, gli elettroni, i calorimetri, la calibrazione, i fondi…), arriva la domanda: “Tutto questo a cosa serve?”. E’ a questo punto che mi irrigidisco: l’ho sentita così tante volte, ho risposto ormai da tutte le angolazioni possibili, che mi sembra incredibile che me la si ponga ancora. E, onestamente, non ho più molta voglia di rispondere (poi lo faccio, non temete, in quanto a imperativi morali sono secondo solo a Kant).
Il nuovo Osservatorio solare dallo spazio mostra protuberanze e flare come mai li avevamo visti prima
di Marco Cagnotti
Quando un telescopio viene rivolto verso il cielo per la prima volta, si dice che ha preso la “prima luce”. E certo di luce ne ha raccolta parecchia il Solar Dynamics Observatory, lanciato dalla NASA l’11 febbraio scorso e la cui operatività è prevista per i prossimi cinque anni. D’altronde, si sa, la luce non è proprio un problema nello studio del Sole. Se lo diventa, è perché ce n’è troppa. Comunque eccola qua: la “prima luce” dell’SDO in un filmato appena rilasciato dall’agenzia spaziale statunitense.
L’effetto climatico della scarsa attività solare ha una portata solo europea
di Marco Cagnotti
Correva l’anno 1801 quando William Herschel rilevò una coincidenza singolare: se le macchie solari sono rare il prezzo del grano in Inghilterra aumenta, e viceversa. Era la prima intuizione dello stretto legame fra l’attività della nostra stella e gli eventi quaggiù, a 150 milioni di chilometri. Ma che c’entra il grano? C’entra, perché la crescita dei vegetali dipende dal clima (e questo già si sapeva) e il clima a propria volta dipende dal Sole. Ma qual è il legame preciso, esatto, causale? Boh!
Ralph Morse è stato un fotografo di “Life” per decenni. Il 18 aprile 1955 il direttore della rivista lo spedì a Princeton per un servizio: doveva documentare il funerale di un uomo, la sua scrivania abbandonata poche ore prima di morire.
Lui aveva segnato il Novecento, fin dal suo annus mirabilis. Era diventato un’icona del genio. Senza di lui, la scienza non sarebbe come la conosciamo.
Le immagini ci raccontano il disordine dello studio di uno scienziato come tanti. Il rito funebre è dimesso, poco frequentato. Ma in quella modesta bara di legno c’era Albert Einstein.
Oggi “Life” estrae dal cassetto quel servizio fotografico, lasciato a dormire per 65 anni su richiesta della famiglia Einstein, che desiderava discrezione.
Centinaia di siti, migliaia di articoli: come convivere con l’eccesso di informazione?
di Marco Cagnotti
In Internet trovi tutto. Ma proprio tutto. Dall’informazione allo svago, dalla scienza al cinema. Tutto: recensioni, racconti, commenti, articoli, immagini ad altissima risoluzione, filmati antichissimi. Tutto. Perché in Internet, il media più democratico della storia dell’umanità, chiunque può pubblicare qualsiasi cosa, senza filtri né censure (e sì, è proprio così, e nessun governo può farci nulla, e ci sono strumenti tecnici, anche piuttosto semplici, per fregare qualsiasi occhiuto spione).
C’è però un problema: se tutti parlano, la cacofonia diventa insopportabile. Ascoltare tutti diventa impossibile. Fuor di metafora: se esistono 100 blog che ti appassionano, come puoi tenerti aggiornato su tutto ciò che pubblicano? Certo non visitandoli ogni giorno, ché altrimenti passeresti le giornate incollato alla Rete. Come fare, allora? I feed sono la risposta: un formato semplice per la distribuzione dell’informazione, offerto ormai praticamente da qualsiasi sito Web.
boston.com, emanazione del quotidiano “The Boston Globe”, è famoso nel panorama informativo on line per The Big Picture: una copertura delle news con un servizio esclusivamente fotografico, nel quale la spettacolarità è l’elemento predominante nella scelta delle immagini.
40 anni e un giorno fa, la scampata tragedia dell’Apollo 13
C’erano tre uomini dentro quella fragile capsula, qui ripresa appena dopo la separazione dal modulo lunare, con le viscere aperte in bella evidenza. Partiti con l’intenzione di scendere sulla Luna, durante il viaggio di andata incontrarono… un problema, come ebbe a dire Jack Swigert: “Okay, Houston, we’ve had a problem here”. Era esploso un serbatoio di ossigeno, devastando il modulo di servizio. Abortita la missione, bisognava riportarli a casa. Furono giorni frenetici, per salvare quei tre disgraziati sfruttando all’osso ogni ammennicolo a bordo del modulo di servizio e del modulo lunare. Alla fine, il 17 aprile 1970, Jim Lovell, Fred Haise e Jack Swigert ammararono. La missione Apollo 13 si era conclusa.
“No, grazie, ci siamo già andati”: così possiamo riassumere la posizione di Barack Obama sulla riconquista statunitense della Luna. Aggiungendo: “Bisogna guardare oltre, verso Marte”. In realtà, com’è ovvio, il discorso di giovedì 15 aprile in un hangar del Kennedy Space Center, affollato da ingegneri, scienziati, uomini d’affari, astronauti, reporter, è stato assai più circostanziato, preciso e ricco. E doveva esserlo, dopo l’annuncio, risalente a due mesi fa, della cancellazione del programma Constellation che avrebbe dovuto riportare l’uomo sulla Luna. Doveva anche perché contro quella decisione si erano levate voci autorevoli, fra le quali nientemeno che quella di Neil Armstrong: una persona molto riservata e proprio per questo, quando ci mette la faccia, molto ascoltata.
Perché mai un vulcano in Islanda dovrebbe creare dei problemi ai voli aerei nell’Europa continentale? Non ci vuole molto a capirlo osservando quest’immagine, ripresa il 15 aprile dal satellite Envisat. L’enorme, densa e grigia nube di cenere si estende fino all’Inghilterra e alla Scandinavia, a oltre 1.000 chilometri di distanza. Ovvio allora che gli aerei non possano volarci in mezzo senza rischiare il blocco dei motori.
Il vulcano nascosto sotto il ghiacciaio Eyjafjallajoekull (prova un po’ a pronunciarlo!), nell’Islanda sudoccidentale, ha eruttato dapprima il 20 marzo scorso e poi ancora martedì 13 aprile, con una potenza da 10 a 20 volte maggiore. Era rimasto tranquillo fin dal 1823, e adesso… ecco qua: un’immensa nube a 11 chilometri di altitudine. Sul suolo islandese il ghiaccio si è fuso ha provocato inondazioni.
“Ma da quando ci sono così tanti Cristiani?”: bella domanda. Ce lo chiediamo anche noi. Sono dappertutto. Seguaci di un Dio che è “Via, Verità e Vita”, dicono. “Un Dio che è Amore”, aggiungono. Alla faccia: se fosse stato un Dio che è Odio, non gli sarebbe riuscito così bene di insanguinare due millenni. Dice: “E’ la Chiesa che si è corrotta. Il Cristianesimo dei primi secoli era puro, innocente”. Ma dai?
Restando in tema di SETI, c’è sempre quel vecchio problema posto da Fermi: “Dove sono tutti quanti?” (nel senso di altre forme di vita intelligente nella galassia). Le due spiegazioni più semplici e popolari sono sempre state 1) non ci sono 2) si sono già estinte/autodistrutte.
Anzitutto che cosa non è: non è un blog, non è una rivista, non è un aggregatore.
Non è un blog, cioè un diario on line personale di pippe mentali e opinabili idee soggettive. Stukhtra contiene anche questo, ma non solo questo.
Non è una rivista, perché non ha date precise di uscita. E fa informazione, ma non solo.
Non è un aggregatore, perché ospita sì i contributi di altri siti, ma non funziona in automatico: dietro ogni pubblicazione c’è sempre la scelta ponderata di un umano.
Braccia a spirale asimmetriche e anche un nucleo decentrato: così si presenta M66, una galassia a 35 milioni di anni-luce, in quest’immagine dell’Hubble Space Telescopie (HST). Un sistema stellare non solitario: insieme a M65 e NGC 3628, M66 forma un terzetto interagente nella costellazione del Leone. Delle tre, con i suoi 100 mila anni-luce di diametro, M66 è la più grande.
L’asimmetria non è frequente nelle galassie a spirale. E, nel caso di M66, non è neanche troppo difficile da spiegare: secondo i ricercatori che la stanno studiando, dovrebbe essere provocata proprio dall’influenza gravitazionale delle altre due galassie. Tuttavia, qualora non bastasse questa sua peculiarità, M66 si distingue anche per un’altra caratteristica: le supernovae. Dal 1989 sono state ben tre quelle osservate, delle quali l’ultima l’anno scorso.
Una composizione di riprese di M66 a tre lunghezze d’onda: nell’infrarosso vicino, nel verde e nella riga H-alfa. (Cortesia: NASA/ESA/Hubble Heritage)