Per chi fa il nostro mestiere, c’è una risorsa preziosa come l’aria: l’informazione, indispensabile in un flusso ininterrotto. Così ti alzi al mattino e prima di ogni altra cosa, prima anche del caffè e della doccia, ti aspetta una veloce carrellata fra le news, giusto per vedere che cos’è capitato durante le tue ore di sonno. Nella scienza, poi, c’è il problema del fuso orario: siccome la gran parte delle novità scientifiche arriva dagli Stati Uniti e siccome gli Americani vivono e lavorano da sei a nove ore dopo di noi, è proprio il mattino presto il momento dell’aggiornamento più intenso. Poi un bel giorno, ancora intontito dal sonno, apri Google Reader, frughi nello spazio delle news astronomiche e… bingo! Beccato il pianeta abitabile.
E' il sesto e si trova in una posizione privilegiata. (Cortesia: Zina Deretsky/National Science Foundation)
Nella mia biblioteca ci sono alcune migliaia di libri. Se potessi, me ne sbarazzerei: desidero una casa sobria, nuda, quasi zen. Non sono un feticista del libro come oggetto, non percepisco il fascino della carta. Posso immaginare sensibilità diverse dalla mia, ma a me piace andare alla sostanza, ossia all’informazione contenuta in un libro, e non mi fossilizzo sul contenitore. Cioè sul supporto cartaceo, appunto, del quale farei volentieri a meno. Perciò guardo con grande speranza alla transizione verso il digitale. Il Kindle e l’iPad potrebbero essere il primo, timido vagito di un mondo nuovo. Mi fanno sognare una biblioteca di libri digitali: economici, consegnati al volo, comodi da gestire, ordinare, catalogare, con i testi facilmente consultabili. Le librerie spariranno, sostituite da gruppi di lettura spontanei aggregati intorno al comune sentire. Utopia? Certo, perché gli editori finora si sono rivelati miopi e incapaci.
Io non faccio marchette. Mai fatte. Capita talvolta che un amico mi faccia recapitare il suo ultimo libro dall’ufficio stampa della casa editrice o che un’azienda mi offra un computer o un software in prova. Lo scopo è chiaro: vogliono una recensione. La prassi disgraziata invalsa nel mondo del giornalismo italiano vuole che la recensione debba sempre essere positiva. Una marchetta, appunto. Beh, io non ne faccio. E ad amici, conoscenti e PR lo dico subito: “Grazie, ma guarda che se non mi garba lo scrivo. Se devo stroncare, stronco”. Qualcuno rischia. A volte va bene, perché il libro merita, e a volte va male, perché è una ciofeca. Se proprio sono culo e camicia con l’autore del libro, di fronte all’inevitabilità della stroncatura lascio perdere e la recensione non la faccio proprio. Sicché se parlo bene di un libro vuol dire che merita davvero.
(Bianco&Nero) (Zoom in) Un’adolescente nella sua stanza, in piedi alla finestra. La mano scorre lenta sul ventre. (Primo piano) Il viso è rigato di lacrime. Voce fuori campo: “E’ accaduto. Ma non è irreparabile. Dio è con te”. (Stacco) (Bianco&Nero) (Panoramica) Gente festante in piazza San Pietro. Leone XV varca la folla. L’adolescente, in prima fila, si sporge e sfiora il braccio del Papa. (Zoom in) Il viso ancora rigato di lacrime. Voce fuori campo: “Sì, Dio è con te”. (Stacco) (Colore) (Campo lungo) Esterno di una clinica. La ragazza consegna un fagottino a una suora. Sorridono. Lei si volta. (Zoom in) Il viso al cielo, il sorriso radioso. Voce fuori campo: “La Chiesa ti aiuta. Non abiurare”. (Dissolvenza)
“Teoria dell’assolutezza” avrebbe dovuto chiamarsi, secondo Einstein: questo narra un aneddoto. In effetti qualcosa di assoluto c’è: la velocità della luce, uguale in tutti i sistemi di riferimento. Ma tant’è: nella storia è invece rimasta la teoria della relatività. Il cui nome, a ben riflettere, non è del tutto sbagliato. Infatti, basandosi sull’assunto dell’invarianza della velocità della luce, si arriva a concludere che le grandezze spaziotemporali sono relative al sistema di riferimento. Per esempio, due osservatori in moto uno rispetto all’altro otterranno misure differenti di intervalli di tempo e lunghezze: visto da un osservatore fermo, il tempo di un osservatore in movimento scorre più lento. Questo per quanto riguarda la relatività ristretta. Nel caso della relatività generale vanno considerati pure i campi gravitazionali. Si scopre allora che tempo e spazio variano anche in funzione del campo gravitazionale e, visto da un osservatore lontano, il tempo di un osservatore vicino a una grande massa scorre più lento. Quando si spiegano questi effetti agli studenti, ci si affretta subito a precisare che nella realtà quotidiana non sono misurabili e che per rivelarli bisogna usare particelle a velocità prossime a quelle della luce e campi gravitazionali paragonabili a quello terrestre su distanze dell’ordine almeno del chilometro. Insomma, i capelli non invecchiano più in fretta delle unghie dei piedi. O no?
Se, parlando di astronomia, dici “vicino” alla casalinga di Voghera (l’archetipo prototipo del lettore sprovveduto e incolto), di sicuro le viene in mente qualcosa che le sta addosso, che incombe su di lei, che la sfiora. Magari perfino qualcosa di pericoloso. Chessò… l’asteroide assassino pronto a piombare sulla Terra, to’. Insomma, l’aggettivo “vicino” nel divulgare l’astronomia, specie quando si parla di Sistema Solare, va usato con una certa cautela. Sicché poi, quando becchi articoli come quello pubblicato ieri su haisentito.it, ti metti le mani nei capelli. Della serie: “Di astronomia non capisco una beata fava, ma chissenefrega, io ne scrivo lo stesso”.
La domanda è legittima: “Ma servirà davvero spedire sonde e Osservatori orbitanti? Se ne ricaverà qualcosa?”. Certo che sì, se “qualcosa” è conoscenza scientifica concretizzata sotto forma di articoli sulle riviste più prestigiose. Il numero di “Science” uscito due giorni fa è lì a dimostrarlo, con ben tre articoli (e la copertina!) dedicati a studi effettuati con le misure raccolte dal Lunar Reconnaissance Orbiter, operativo ormai da un anno. E ne saltano fuori risultati interessanti.
Stasera durante la conferenza di presentazione ufficiale del CICAP Ticino ho sentito un’esemplificazione del rasoio di Occam di rara efficacia.
Se alle nostre latitudini senti un rumore di zoccoli in strada, pensi prima a un cavallo o a una zebra?
Ecco, poi si può anche sostenere che il rasoio è un dogma. E mi sta bene. Però, se vuoi farmi accettare la zebra in strada, devi mostrarmela. Se poi pretendi addirittura che sia un unicorno, allora voglio dissezionarlo. Non mi mostri niente? Allora è un cavallo, fino a prova contraria.
“Ti auguro di vivere in tempi interessanti”, recita un antico auspicio cinese. E davvero gli anni a venire si prospettano interessanti per i fisici solari. Infatti la nostra stella sta manifestando un comportamento piuttosto anomalo. E ancora più anomalo potrebbe diventare a partire dal 2016, se hanno ragione due studiosi americani. Che cosa farà dunque il Sole? Niente. Ma proprio in questo “fare niente” sta tutto il mistero.
Alcuni gruppi di macchie presenti in questi giorni sul Sole. (Cortesia: SDO)
Io non guardo la televisione. No, anzi: la guardo molto. Moltissimo. Un paio d’ore al giorno. Talvolta anche di più. Però quasi non guardo affatto i programmi trasmessi. Giusto ogni tanto i telegiornali, to’. Ma di solito neanche quelli: le news le prendo dalla Rete, ché faccio prima. E il tiggì della sera ormai mi racconta cose che so già dal pomeriggio. Se proprio proprio, la Premiata Ditta Angela & Son, ecco.
Quest’intervista è disponibile in versione
ridotta anche nel podcast di Quarantadue
Cominciò come cosmologo, proseguì come statistico... (Cortesia: R. Trotta)
Che cosa c’è di più preciso e certo della matematica? E che cosa di più oggettivo e sicuro della sua figlia prediletta (ahem, si fa per dire…), la fisica? Leggi eleganti, rigorose e perfette, prive di eccezioni, quasi incise nella pietra fin dall’inizio dei tempi. E noi lì, a spremerci le meningi per scoprirle e poi stamparle in dotte dissertazioni che diventeranno patrimonio comune del genere umano, nello stupefacente edificio intellettuale della scienza che…
No. Niente. Calma e gesso. Fare scienza significa sporcarsi le mani, ravanare fra dati imprecisi e parziali, verità in progress, revisioni, ripensamenti e barre d’errore. E la conoscenza scientifica è tutto fuorché certa. Anzi, è statistica. Ne è convinto Roberto Trotta, giovane fisico teorico… anzi cosmologo… o forse analista statistico… insomma uno che nell’incertezza sguazza. Partito da ragazzino con l’idea di capire com’è il mondo, a 33 anni si occupa invece di capire come noi possiamo capire. Un metadiscorso, per così dire. Dopo il liceo a Locarno, il diploma al Politecnico Federale di Zurigo, il dottorato a Ginevra e un incarico a Oxford, oggi Trotta è lecturer presso l’Imperial College di Londra. Con lui abbiamo affrontato il discorso alla lontana e abbiamo finito per scoprire un’insospettabile (a priori) passione per la divulgazione, seguita percorrendo strade quanto meno originali.
Se non ne avevi mai sentito parlare, è perché “they know it but they’re hiding it”. Capito? Il solito complotto, insomma.
Vuoi saperne di più? To’, c’è anche il libro: volume 1 e volume 2, ciascuno in PDF alla modica cifra di 12,50 dollari. Opera di un teologo e di un fisico il cui ultimo incarico accademico risale al 1983 e che da allora sopravvive dando lezioni private. Giusto per dire…
Dai, son solo 5-minuti-5. Garantito: non uno di più. Anzi, se hai le idee chiare e quindi sei veloce, perfino un paio di meno. E’ il progetto 2Ways: serve per capire come i cittadini europei percepiscono la scienza, la sua importanza, il suo impatto sulla società. E ti chiede solo di rispondere a una manciata di domande. Per noi, ci sono un sondaggio italiano e un sondaggio svizzero: scegli quello che ti riguarda e di’ la tua.
Il Royal Observatory ha appena annunciato i vincitori del concorso Astronomy Photographer of the Year 2010. Andate, guardate e godetene tutti, fra comete, eclissi e nebulose. Se poi passate per Greenwich (si sa mai: io ve l’ho detto, comunque), non fatevi mancare una visita alla mostra, aperta fino al 27 febbraio prossimo (ingresso gratuito).
Lo statunitense Tom Lowe vince il primo premio con questa ripresa della Via Lattea, effettuata con una Canon EOS 5D Mark II DSLR munita di obiettivo Canon EF 16-35mm, regolato su 16 millimetri. "L'albero in primo piano è stato illuminato per errore da una lampada", spiega l'autore. Alla faccia dell'errore! I particolari dell'antica pianta, risalente almeno ai tempi di Genghis Khan, rendono l'immagine ancora più evocativa. (Cortesia: T. Lowe)
“Voyager”, 8 settembre: un servizio ci informa che su Marte ci sono piramidi con una struttura “palesemente artificiale”. Non solo: sul Pianeta Rosso vegetano felici anche alberi giganteschi. Tutto per la gioia dei gonzi che si bevono le panzane di Giacobbo e della sua redazione, inetti (o restii perché in malafede?) a documentarsi sulle fonti originali. Che se poi davvero andassero a studiare seriamente le immagini rilasciate dalle agenzie spaziali, invece di frugare nella spazzatura delle interpretazioni demenziali, scoprirebbero realtà stupefacenti. Come un ponte sulla Luna.
Il ponte lunare, rivelato dalla regione chiara illuminata dal Sole, sulla sinistra. (Cortesia: NASA/GSFC/Arizona State University)
Sono stati quattro i partecipanti all’Astroquiz proposto la settimana scorsa. Sono tanti? Sono pochi? Non ce ne frega niente: sono buoni e solo questo importa. Tutti hanno percepito alla perfezione lo spirito con cui lo abbiamo proposto ai nostri lettori: non si vince niente, se non il piacere di scoprire cose nuove ravanando nella Rete e caccia di informazioni.
Fino al 1920, anno più anno meno, nessuno sapeva niente delle galassie. Gli scienziati, che a quel tempo pare non portassero ancora gli occhiali, s’immaginavano che l’universo fosse molto più piccolo, più semplice e, per qualche misteriosa ragione che forse ha a che fare col tirare a indovinare, statico. Ovviamente statico su grande scala, il che vuol dire che alla gente era permesso andare in bicicletta o fare le capriole, almeno a quelli che non s’intendevano di astronomia, ma all’universo no, lui doveva stare fermo.
Che c’entra l’origine dell’universo con dio e la religione? Me lo chiedo ogni volta (sempre una di troppo, per quanto mi riguarda) che succede una cosa come quella successa la settimana scorsa con le dichiarazioni di Stephen Hawking e col successivo, logoro, dibattito. La mia risposta è sempre la stessa. Non c’entra molto. O meglio, c’entra un po’ come c’entra con qualunque altra cosa. Studiare l’origine del cosmo non ha niente di speciale da questo punto di vista, e non vi aiuterà a risolvere, in un modo o nell’altro, i vostri eventuali problemi irrisolti con la divinità.
Tu pensa: fai l’astronomo e lavori con il Very Large Telescope dell’ESO. Ma non solo: sei anche un fissato dell’astrofotografia amatoriale. Dove diavolo puoi trovare un posto più godurioso in cui abitare? E tutto questo non vuoi chiamarlo “culo”?
Ebbene, questo è quanto è capitato a Yuri Beletksy e noi siamo tanto tanto felici per lui. Perché poi lui produce e condivide con noi foto come quella appena rilasciata dall’ESO: ripreso sotto la Via Lattea con un obiettivo a largo campo, il telescopio Yepun punta un laser verso il cielo. Scopo: eccitare gli atomi di sodio nella mesosfera, a 90 chilometri di altitudine, e quindi generare una stella artificiale, grazie alla quale l’ottica adattiva compensa il disturbo provocato dalla turbolenza atmosferica.
Dalle nostre latitudini e con i nostri strumenti, una roba così te la puoi scordare proprio. (Cortesia: ESO/Y. Beletsky)
La strada dell’esplorazione spaziale, come tutte le avventure umane, è lastricata di difficoltà e spesso di fallimenti. A volte vanno in fumo anni di progettazione e miliardi di dollari (o di euro, yen, rubli eccetera) per errori che appaiono, col senno di poi, a dir poco incredibili. Il pensiero va subito al Mars Climate Orbiter, bruciato 11 anni fa subito dopo essere entrato nell’atmosfera di Marte, perché sceso a una quota di soli 57 chilometri dalla superficie marziana invece dei 140-150 previsti per orbitare in sicurezza. L’errore fu dovuto a una mancata conversione dal sistema anglosassone al sistema metrico decimale: nessuno si era accorto che i razzi che regolavano la discesa aspettavano l’input in unità del sistema metrico, cioè in Newton, mentre il software utilizzato per calcolare la spinta necessaria usava la libbra-forza del sistema anglosassone, pari a 4,45 Newton.
“Dio è amore”, vanno ripetendo i Cattolici. Che ti vien voglia di dire: “Vabbe’, non son credente, ma il messaggio mi piace, se non altro”. Poi per caso in autostrada ti sintonizzi su Radio Maria proprio mentre padre Livio Fanzaga fa sfoggio della propria cultura e del proprio amore per il prossimo nel “Commento alla stampa del giorno”: roba da più di un milione e mezzo di ascoltatori, per intenderci. E senti sgorgare dal profondo un sonoro, irrefrenabile “Vaffanculo!”.
A 500 anni-luce da noi, IRC+10126 è una stella con una massa un po’ più grande di quella Sole. Ma il suo volume… beh, il suo volume è tutt’altra cosa: centinaia di volte maggiore. Se si trovasse al posto del Sole, inghiottirebbe perfino Marte. Però vederla da qui non dice un granché. Anzi, è debolissima, appena alla portata anche dei telescopi più potenti. Questo solo nelle lunghezze d’onda visibili, tuttavia, perché nell’infrarosso invece è brillantissima, immersa com’è in una nube di polveri che, appunto, assorbe la luce visibile e riemette nell’infrarosso. Ebbene, proprio in quella nube, tutt’intorno alla stella IRC+10126, c’è un’immensa nuvola di vapore d’acqua. Ma da dove arriva?
IRC+10126 ripresa dal telescopio spaziale Herschel. (Cortesia: ESA/PACS/SPIRE/MESS Consortia)
Il caro, vecchio Stephen l’ha rifatto: “Dio non esiste”, ha detto. No, anzi, ha detto: “Dio non è necessario per spiegare l’origine dell’universo”. Che non è proprio la stessa cosa, ma quasi. Comunque grazie, lo sapevamo già. Non che Dio è inutile, ma che Hawking pensa che Dio sia inutile. Tant’è vero che l’aveva già scritto nei suoi libri precedenti: il Big Bang non va considerato come una creazione di origine divina, l’apparizione dell’universo fu spontanea e non frutto di un atto di volontà, tutto emerse da una fluttuazione quantistica del vuoto eccetera eccetera. Adesso, nuovo libro e ribaditura del concetto.
The Grand Design esce fra pochi giorni per Random House, firmato insieme a Leonard Mlodinow, del Caltech, e già suscita scompiglio, tanto da meritare i titoloni dei giornali italiani. Come se mancassero argomenti più interessanti e meno scontati. Ma che importa? Fra tette, culi, gossip sulle telemignotte e filmati ridicoli sui gatti, come arma di distrazione di massa torna utile anche il grande genio storpio e ateo.
Quindi, addio legislatore supremo. Almeno, così la pensa Hawking. Ma sottovaluta il fatto che i teologi sono cervelli sottili, e dopo ogni rivoluzione scientifica sono sempre riusciti a far sopravvivere l’idea che esista un creatore, adattandola al nuovo scenario. Per cui, è facile prevedere che queste discussioni – e i titoli dei giornali – proseguiranno. Nei secoli dei secoli.
Che i teologi siano cervelli sottili non c’è dubbio. Noi diremmo, piuttosto, virtuosi del free climbing sugli specchi. Vediamo che s’inventeranno stavolta. Tanto, alla peggio, c’è la solita scappatoia: “Dio si trova alla fine di un cammino di fede”. E chissenefrega della fluttuazione quantistica del vuoto.
Keplero è un eccellente blog di astronomia, fisica e varia umanità dal quale anche noi peschiamo (con la sua approvazione) articoli per Stukhtra. Il tenutario (brutta parola, ma dal significato non più sordido essendosi trasferita dai bordelli ai blog) è Amedeo Balbi, giovanissimo (‘nzomma…) astrofisico romano, lo quale si diletta con la scrittura di minibiografie semiserie di astronomi famosi. Delle quali pure noi parlammo in un articoletto, allorquando il Balbi le raccolse in forma di ebook gratuito in formato PDF: Vite degli astronomi. Orbene, pare ora essersi interessato al progetto anche un editore di quelli seri e cazzuti: tale De Agostini. Quale risultato, ecco dunque Seconda stella a destra, librino cartaceo la cui uscita nelle librerie è programmata per il 16 settembre. Siore e siori, segnarsi la data per rivolgersi al libraio di fiducia, ché l’opra merita.
P.S.: Già noi lo sapevamo, giacché il Balbi medesimo ce lo confidò a suo tempo in una conversazione privata davanti a una pizza. Ma sapemmo mantenere il segreto.
Quanto conosci l’astronomia? E, se non ne sai abbastanza, sai almeno come e dove trovare le informazioni? Affinché tu possa mettere alla prova le tue conoscenze e le tue capacità investigative, Stukhtra ti propone 16 domande all’inizio di ogni mese dispari (perché?… beh, perché ci garba così).
Hai tempo una settimana per rispondere: in questo caso, entro il 7 settembre 2010. Vince il primo che spedisce tutte le risposte giuste a Mario Gatti. Che cosa vince? Niente di niente, ché qui amiamo la conoscenza pura e non abbiamo il becco di un quattrino. Però il vincitore verrà citato su Stukhtra.