novembre 30th, 2012 — 9:53pm
di Michele Diodati
Che Saturno sia un luogo insolito e affascinante non è certo una novità. Già nel 1980 la sonda Voyager aveva scoperto una misteriosa struttura esagonale, formata da un complesso sistema di nuvole, tutto intorno al polo nord del pianeta. La sonda Cassini aveva poi fotografato nell’infrarosso la gigantesca formazione, mentre l’emisfero nord di Saturno era ancora avvolto nell’oscurità. Ora, dopo l’equinozio, il Polo Nord ha cominciato a essere illuminato dal Sole, sicché Cassini ha potuto acquisire una serie di immagini più chiare della regione.
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novembre 29th, 2012 — 9:53am
di Michele Diodati
Quanto può essere grande al massimo un telescopio? 100 metri? Un chilometro? 100 chilometri? Sbagliato! Ci sono telescopi naturali che si estendono per milioni di anni-luce. Uno di questi è l’ammasso di galassie MACS J0647.7+7015, situato nella costellazione della Giraffa a una distanza di 5,6 miliardi di anni-luce da noi, stimata in base allo spostamento verso il rosso della luce che ci giunge dalle sue galassie (z = 0,591).
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novembre 28th, 2012 — 12:47pm
E’ composto di gas caldo e collega due galassie
di Guendalina Ligato
Chi dice che i ponti esistono solo sulla Terra? Il telescopio spaziale Planck, una missione dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e della NASA, ha confermato l’esistenza di un ponte di gas che collega Abell 399 e Abell 401, due ammassi di galassie separato da 10 milioni di anni-luce di spazio intergalattico.

Quest’immagine mostra i due ammassi Abell 399 (nella parte inferiore dell’immagine) e Abell 401 (in alto a sinistra) collegate da un ponte di gas caldo. (Cortesia: ESA/Planck Collaboration/STScI Digitized Sky Survey)
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novembre 28th, 2012 — 9:43am
di Michele Diodati
L’esperimento BaBar, condotto presso lo SLAC National Accelerator Laboratory in California, ha lo scopo di investigare le differenze tra materia e antimateria e di scoprire perché l’universo è costituito di materia e non di antimateria. Questo tipo di ricerca ha già portato alla scoperta dell’esistenza, a livello subatomico, di una violazione della simmetria CP (carica-parità) nel rapporto tra materia e antimateria: una scoperta così importante da valere il premio Nobel per la fisica nel 2008.
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novembre 27th, 2012 — 9:12am
di Michele Diodati
Christoph Malin è un fotografo e giornalista freelance che vive in Austria, letteralmente ossessionato dall’idea di realizzare filmati in time-lapse, cioè con quella tecnica, resa possibile dalle moderne tecnologie, che consiste nell’assemblare un’infinita serie di scatti fotografici successivi in un filmato, creando così l’illusione del movimento: insomma, come fare un film, ma usando la macchina fotografica al posto della cinepresa. E Malin è straordinariamente bravo in quest’arte.
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novembre 25th, 2012 — 9:43pm
di Michele Diodati
Scoperto nel 2005, Makemake è un pianeta nano della Fascia di Kuiper, situato a una distanza intermedia dal Sole rispetto al più vicino Plutone e al più lontano Eris. Sfruttando l’occultazione di una debole stella da parte di Makemake, un gruppo di ricercatori ha potuto determinare con buona approssimazione il diametro, la densità, l’albedo, la forma e le caratteristiche atmosferiche di questo poco conosciuto oggetto transnettuniano.

Una rappresentazione artistica della superficie del pianeta nano Makemake. Un debole Sole è visibile sullo sfondo. (Cortesia: ESO/L. Calçada/Nick Risinger)
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novembre 22nd, 2012 — 10:20pm
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novembre 22nd, 2012 — 9:53pm
Con il “ticchettio” si potranno cercare i giacimenti
di Guendalina Ligato
L’orologio atomico è un tipo di orologio in cui la base del tempo è determinata dalla frequenza di risonanza di un atomo. Ma come è possibile cercare minerali sfruttando il “ticchettio” di un orologio atomico? Un team di astrofisici, guidati da Philippe Jetzer e Ruxandra Bondarescu, dell’Università di Zurigo, è convinto che si possano trovare depositi di minerali e giacimenti d’acqua attraverso precisissimi orologi atomici.
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novembre 22nd, 2012 — 8:06am
di Michele Diodati
Usando il telescopio giapponese Subaru insieme con una serie di sofisticati strumenti hardware e software, un gruppo di ricercatori ha ottenuto l’immagine diretta di un pianeta gigante da 12,8 masse gioviane in orbita intorno a Kappa Andromedae, finora una delle stelle più massicce presso le quali siano stati scoperti esopianeti.

Kappa Andromedae è la stella più brillante in questa immagine tratta dalla DSS2. (Cortesia: Digitized Sky Survey 2)
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novembre 19th, 2012 — 3:00am
Tutta colpa di un impatto
di Barbara Scrocchi
Chi di noi non è mai stato attratto dai meteoriti precipitati sulla Terra? Chi da bambino non ha mai fantasticato su questi frammenti provenienti da chissà dove nello spazio? Molti scienziati hanno focalizzato la loro attenzione sulle pallasiti, forse i meteoriti più belli, composti da cristalli trasparenti di olivina (di una colorazione giallo-verdognola) che lasciano filtrare la luce. Insomma rare gemme spaziali. Ma qual è la loro origine?

Uno dei 61 ritrovamenti di pallasite: la pallasite di Esquel. (Cortesia: Arizona Skies Meteorites, M. Cavina)
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novembre 18th, 2012 — 9:36pm
La professionalità non c’entra
di Marco Cagnotti
In un commento a un mio articolo, Ambra propone alcune riflessioni che meritano una risposta.
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novembre 18th, 2012 — 10:48am
di Michele Diodati
La parola italiana “pianeta” deriva dal latino planeta, che viene dal greco πλανητης, una parola che vuol dire “errante, vagante” (dal verbo πλαναω “andare errando”: grazie, Treccani). Il nome nasce dal fatto che gli antichi astronomi vedevano i pianeti vagare nel cielo nel corso dell’anno, a differenza delle stelle, la cui posizione reciproca appariva invariabilmente fissa. Ma le peregrinazioni dei pianeti, tra i quali gli Antichi includevano anche il Sole, ancorché difficili da spiegare ai tempi di Tolomeo, s’intuiva che fossero la conseguenza della loro maggiore vicinanza alla Terra rispetto allo sfondo delle stelle. Oggi sappiamo con matematica precisione che Venere, Marte, Giove, Saturno eccetera non vagano senza meta, ma descrivono precise e ripetitive orbite ellittiche intorno al Sole, che li illumina e li mantiene in batteria con la propria soverchiante forza di gravità (il 99,86 per cento della massa del sistema solare è concentrata nel Sole).
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novembre 17th, 2012 — 1:38am
Un urto ogni 6 secondi intorno a 49 Ceti
di Margherita Nobile
Com’è possibile che la stella 49 Ceti, dopo circa 40 milioni di anni di esistenza, abbia ancora dei gas intorno alla sua orbita? Lo spiega uno scienziato dell’Università della California a Los Angeles: tutto merito delle comete.
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novembre 17th, 2012 — 1:31am
Furono i “mattoni” delle grandi galassie
di Guendalina Ligato
Una galassia oscura è un oggetto delle dimensioni di una galassia che ospita pochissime o nessuna stella e appunto per questo emette pochissima radiazione. Tenuta assieme dalla materia oscura, può anche contenere gas e polveri. A causa dell’assenza di stelle era stato impossibile, fino a oggi, osservare direttamente una galassia oscura. Ma ora…
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novembre 14th, 2012 — 3:00am
E mi sento anche un po’ stronzo
di Marco Cagnotti
TV-spazzatura, è chiaro. E chi partecipa gente poco seria. Ovvio. Gente per cui l’immagine conta più della sostanza. La superficialità eretta a filosofia di vita. Braccia rubate all’agricoltura… bla bla bla…
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novembre 9th, 2012 — 6:11pm
di Michele Diodati
HD 40307 è una stella di sequenza principale nella costellazione meridionale del Pittore. Appartiene alla classe spettrale K2.5 e ha un’età stimata in circa 4,5 miliardi di anni, approssimativamente uguale a quella del Sole. E’ però più fredda, meno massiccia, meno luminosa e meno ricca di metalli del Sole: la temperatura effettiva è di 4.977 Kelvin, la massa e la luminosità sono rispettivamente il 77 per cento e il 23 per cento di quelle solari, la metallicità è circa la metà, con [Fe/H] = -0,31 ± 0,03 dex. Il periodo di rotazione è intorno ai 48 giorni, il livello di attività stellare molto basso. La distanza dalla Terra, stimata in base all’angolo di parallasse misurato dal satellite astrometrico Hipparcos, è poco meno di 42 anni-luce.

HD 40307 è la stella al centro esatto dell'immagine. L'area osservata misura 25 minuti d'arco per lato. (Cortesia: Digitized Sky Survey 2)
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novembre 8th, 2012 — 11:06pm
Anzi, se non ci fossero stati, oggi noi non saremmo qui a raccontarcela
di Alessandro Tavecchio
“La probabilità di attraversare con successo un campo di asteroidi è di 3720 a 1″, urla C-3PO, terrorizzato, mentre Han Solo si lancia in una manovra spericolata per sfuggire ai suoi inseguitori imperiali. Quello che l’androide non sa* è che, senza un campo di asteroidi nella posizione giusta, forse non si sarebbero potute evolvere le forme di vita complesse che lo hanno costruito.
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novembre 8th, 2012 — 8:41am
di Michele Diodati
Qualche anno fa l’asteroide Apofi (più precisamente 99942 Apophis) balzò agli onori delle cronache, perché i calcoli provvisori della sua traiettoria indicavano una possibilità non del tutto trascurabile che il 13 aprile del 2029, e poi ancora nel 2036, avrebbe potuto colpire la Terra. Con i suoi circa 270 metri di diametro e una massa stimata intorno ai 27 milioni di tonnellate, l’impatto di Apofi produrrebbe una devastazione totale su un’area di diverse migliaia di chilometri quadrati, con una potenza esplosiva stimata in 510 megatoni. Per confronto, l’evento di Tunguska, che nel 1908 devastò una regione boscosa della Siberia abbattendo tutti gli alberi nel raggio di diversi chilometri, ebbe una potenza compresa tra “appena” 3 e 10 megatoni.

Una rappresentazione artistica dell'asteroide Apofi. (Cortesia: ESA)
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novembre 7th, 2012 — 12:19am
di Michele Diodati
La produzione di stelle nell’universo preso nel suo insieme è andata continuamente declinando nel corso degli ultimi undici miliardi di anni; oggi è trenta volte minore rispetto al suo probabile picco, raggiunto undici miliardi di anni fa. Se questa tendenza continuerà, non verrà formato nell’universo più che un ulteriore 5% di stelle. Stiamo chiaramente vivendo in un universo dominato da stelle vecchie. Tutta l’azione ebbe luogo miliardi di anni fa!
A parlare così è David Sobral, ricercatore post-dottorato dell’Osservatorio olandese di Leida e primo autore di uno studio in via di pubblicazione su “Monthly Notices of the Royal Astronomical Society”.
Sobral e il suo team hanno svolto una ricerca sul ritmo di formazione stellare in quattro diverse epoche dell’universo, usando per la prima volta un medesimo metodo per tutte le epoche. La ricerca di Sobral si distingue anche per l’ampiezza della regione di spazio esaminata (quasi 2 gradi quadrati), per la profondità del volume sondato (740 mila megaparsec cubi) e per l’alto numero di sorgenti galattiche prese in considerazione (3.701 in tutto).

Una composizione grafica che illustra l'evoluzione dell'universo dalle galassie primordiali alle galassie osservate nell'universo contemporaneo. (Cortesia: David Sobral)
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