Ateo… perché?

agosto 24th, 2010 — 3:00am

Riflessioni in un monastero francescano

di Marco Cagnotti

“Per me l’esistenza di Dio non è un problema. Per me è un’esperienza”: ascolto questa clarissa che mi sorride al di là della grata, in un monastero francescano fra le colline umbre. La conosco da anni, ma ancora riesce a stupirmi. Non per ciò che dice, ma per il modo in cui lo dice: sereno, tranquillo. E un po’ la invidio. Solo un po’. E mi chiedo che cosa ci faccio qui.

Così la mia memoria corre verso quella mattina di giugno del 1982, quella lunga passeggiata con un amico, quella discussione sui massimi sistemi: la prima volta in cui dissi con chiarezza, a un’altra persona ma soprattutto a me stesso, “Dio non esiste”. Certo non sono diventato ateo quel giorno, perché era una convinzione che stava maturando dentro di me da tempo. E di sicuro non le era estranea la morte per tumore del più caro dei miei amici, pochi mesi prima. Tuttavia fu in quel giorno di inizio estate che per la prima volta ebbi il coraggio di fare il mio outing: “Io sono ateo”. I miei argomenti erano sia razionali sia emotivi.

Nulla in ciò che osservavo nel mondo intorno a me mi induceva a pensare che fosse necessario postulare l’esistenza di un Creatore. Com’è ovvio, ci sono molti fenomeni che la scienza ancora non sa comprendere compiutamente: dalla causa (ammesso che ne esista una) del Big Bang fino all’origine della vita. Però invocare una volontà divina per spiegarli significa servirsi di un Dio “tappabuchi” destinato a spostarsi sempre un po’ più in là, sempre oltre il confine oltre il quale la luce della ragione scientifica non è ancora giunta a proiettarsi. Un ben povero Dio.

D’altro canto non di sola ragione era fatto il mio ateismo. A chi mi accusava di non comprendere le “ragioni del cuore” di chi crede rispondevo che il mio, di cuore, mi spingeva proprio nella direzione opposta. Il problema della teodicea e della sofferenza innocente suscitava in me una ribellione viscerale, la ribellione di Ivan Karamazov quando afferma: “Non è che non accetti Dio, Alioscia: ma semplicemente Gli restituisco, con la massima deferenza, il mio biglietto”. “Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo”, ha scritto Voltaire. “Se Dio esistesse, bisognerebbe distruggerlo”, lo ha corretto Michail Bakunin. Sicché nella mia ribellione non c’erano razionalità né riflessioni filosofiche e neppure spiegazioni scientifiche: erano queste, invece, le mie “ragioni del cuore”.

Dopo 28 anni dal mio outing, nulla è cambiato. E tutto è cambiato. Sono sempre ateo, e lo sono per gli stessi motivi di allora. Tuttavia sono un ateo diverso. Sedicenne, ero un ribelle ingenuo e incolto. Entravo in chiesa durante la Messa per scrutare i credenti e, nel mio intimo, disprezzarli. “Io sono libero”, sogghignavo fra me e me. “Libero dalle pastoie della superstizione, dalle catene che imprigionano il libero pensiero e che questi sciocchi superficiali si trascinano dietro fin dal Medioevo”. Lo sciocco superficiale, naturalmente, ero io. Ma non stupido. Non mi ci è voluto molto per capire che sì, certo, Dio non esiste, però le domande rimangono. Ormai sembrano quasi luoghi comuni: “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?”. Riassunte in una sola: “Perché?”. Ovvero: “Che cosa ci sto a fare qui, che senso ha la mia vita?”. Ecco: il senso, appunto. Loro, inginocchiati di fronte al Mistero, almeno un senso se lo davano, anzi lo prendevano dalla Rivelazione. Ma io? Io… niente. Il mio senso me lo dovevo costruire da solo. Così per qualche anno il mio è stato un ateismo insoddisfatto, quasi triste. Mi sentivo monco. Avrei voluto credere, ma non potevo. Poi ho capito tre cose.

Anzitutto che la ricerca del senso è una sfida improba. E che, come tale, possiede un’intrinseca, grande nobiltà. Non c’è una strada segnata: il mio cammino me lo devo tracciare io, giorno dopo giorno, con i miei mezzi modesti. Ma miei, e questo è l’importante. Come essere umano sono fragile, limitato nel tempo, nello spazio e nelle capacità. Eppure con queste miei mani e questo mio cervello posso, anzi devo fondare un mio senso esistenziale. Sarà sempre un work in progress, una verità relativa costantemente aperta alla revisione e al ripensamento, ma sarà la mia verità. Non sarà mai una Verità che un Dio mi cala dall’alto. Ecco la nobiltà, in senso leopardiano, di questa sfida. “Il faut imaginer Sisyphe heureux”, scrive Camus.

Fattomi carico di questa sfida, ecco il secondo passaggio: mi sono fermato a riflettere sulla mia negazione di Dio. Mi sono chiesto chi o che cosa stavo negando. E quasi subito ho raggiunto la consapevolezza di un fatto sconcertante: l’ateismo puro è impossibile.

Perché esiste qualcosa invece che nulla? “Perché Dio lo ha voluto”, risponde il credente. “Perché dietro l’esistenza dell’Immanente c’è un preciso atto di volontà del Trascendente”. Allora perché esiste Dio? “Perché sì”, è la replica di chi ha fede. “Perché Dio esiste per definizione, perché è l’Essere Ontologicamente Necessario”. Apro l’Antico Testamento: “Io sono colui che sono” (Esodo 3,14). Ecco un passo di sconcertante modernità e raffinatezza filosofica: nel Pentateuco c’è il Dio della prova ontologica che Sant’Anselmo avrebbe formulato nell’XI secolo. Ma è un Dio che ai miei occhi è… superfluo. Perché spiegare la ragione dell’esistenza della realtà con un Dio che si autogiustifica? Non sarebbe più semplice, più elegante, più onesto fermarsi un passo prima e alla domanda “Perché esiste qualcosa invece che nulla?” replicare: “Perché sì, perché l’universo esiste per definizione, perché è l’Essere Ontologicamente Necessario”? Come Laplace a Napoleone, a chi mi chiede “Dov’è Dio?” io posso solo rispondere: “Non ho bisogno di quest’ipotesi”. E l’ateismo diventa un’applicazione del Rasoio di Occam.

Solo che, a pensarci bene, non è più un vero ateismo. Perché, se l’universo è ontologicamente necessario, allora l’universo è Dio. Non un Dio personale, non un Dio di amore che si preoccupa della mia sorte, che mi ha pensato e voluto e creato. E neppure un Dio onnipotente e onnisciente. Ma di sicuro, possedendo la necessità ontologica, l’universo condivide almeno questa caratteristica del divino. Parmenide, Spinoza… più di recente Einstein e Hawking: nella storia della cultura occidentale non mancano gli esempi di filosofi e pensatori che hanno elaborato questa forma sofisticata di panteismo. Nondimeno io continuo a definirmi ateo, nel mio conversare abituale. E’ più semplice. Di solito come “Dio” si considera una figura trascendente, benevola, giusta, la cui esistenza ci è stata tramandata dalla nostra tradizione culturale insieme ai riti da compiere per renderle omaggio. Ecco, quel Dio lì non è il mio Dio, sicché per me è più semplice dichiararmi ateo tout court e semmai precisare il mio criptopanteismo se il confronto sulle argomentazioni diventa serrato. Ma che fare, che dire quando, appunto, davvero diventa serrato questo confronto? Ecco allora la mia terza riflessione: devo ribaltare la prospettiva.

Spesso, quando affermo di non credere in Dio, mi si chiede perché. In passato accettavo questa domanda e mi dilungavo sulle ragioni del mio ateismo: il Rasoio di Occam, la teodicea… Non mancavano le frecce nella mia faretra. Però sempre mi toccava giocare in difesa: ero io, in qualche modo, a dovermi giustificare. Qualcuno, anzi, sorrideva e dichiarava che, non potendo io dimostrare che Dio non esiste, ero un uomo di fede al pari di qualsiasi prete. E talvolta questo qualcuno non era affatto l’ultimo degli sprovveduti. Giuliano Toraldo di Francia mi rimproverò, una sera a cena durante un congresso, di non essere razionale perché non potevo dimostrare l’inesistenza divina, mentre davvero razionale era lui, che invece si dichiarava agnostico: “Io non so, non sono sicuro se Dio esista o non esista”, mi disse. A onor del vero, tuttavia, devo anche precisare che subito dopo mi diede una gomitata e sottovoce aggiunse: “Però di una cosa sono sicuro: il Dio dei cattolici, quello della Madonna vergine e del Sacro Cuore sanguinante, quello che è Uno e Trino e si manifesta nella transustanziazione… ecco, quel Dio lì sono sicuro che non esiste!”.

Con il tempo ho capito che l’accusa di fideismo mossami dai credenti e perfino dagli agnostici non regge. Questo gioco non funziona così, e io non devo mai ridurmi in difesa. Perché non esiste alcuna simmetria fra fede e ateismo. Non si può pretendere dall’ateo una prova provata che Dio non c’è. Perché è semplicemente impossibile. Chi ne dubita si sforzi di dimostrare a un bambino cocciuto che Babbo Natale non esiste. Scoprirà così che non può, perché non avrà mai la certezza che in qualche angolo remoto dell’universo non ci sia un signore obeso che si muove su una slitta trainata da magiche renne volanti. So che questo paragone fra il Creatore dell’universo e una squallida icona del consumismo può offendere la sensibilità di qualcuno, può perfino apparire superficiale, ma purtroppo non cambia la sostanza (filosofica) della questione: non si può dimostrare che qualcosa (qualsiasi cosa) non esiste. E l’onere della prova spetta sempre a chi sostiene l’esistenza di qualcosa. Perciò ora, a chi mi chiede per quale motivo non credo in Dio, rispondo solo: “Perché, dovrei?”. Ovvero: forniscimi una buona ragione per pensare che Dio esista e io lo farò. In assenza di questa buona ragione, è più semplice ritenere che non esiste.

Messa così, sembra una chiusura. Perché la buona ragione non c’è. Non ancora, almeno. L’ho cercata a lungo. Ho parlato con molte persone di fede. Ho letto certi tomi di filosofia… Eppure mai ho incontrato una riflessione, un ragionamento, un’argomentazione che mi costringessero a riconoscere che esiste un Trascendente. E di fronte al dramma della sofferenza innocente mi sono sempre sentito rispondere: “Mistero!”. Eppure le mie domande rimangono aperte e il dialogo possibile. Anzi, se un dialogo è possibile, è proprio fra chi crede e chi è ateo.

Mi reco ancora, talvolta, a Messa. Non più con l’arroganza adolescenziale ma con una certa curiosità. Osservo chi crede e mi chiedo in che cosa crede davvero. Me lo chiedo e glielo chiedo: non mi limito a guardare le persone, ma mi accosto a loro e pongo domande. Ne vengono fuori strane idee e buffe incertezze. Fra coloro che si sono appena accostati all’Eucaristia pochissimi sanno che cos’è la transustanziazione. I più fanno spallucce, sorridono e dichiarano che quel pezzo di pane è un simbolo. Ritengono la verginità di Maria un bizzarro mito del quale sorridere. E, com’è ovvio, per loro l’Immacolata Concezione è il concepimento di Gesù. Io ascolto e non commento ma, dentro di me, trasecolo. Argomenti sui quali per secoli sono stati versati fiumi di inchiostro e di sangue sono ridotti, nel pensiero di molti credenti contemporanei, a questioni insignificanti. Tutto è annacquato in un blando teismo fondato su una ritualità un po’ vuota e su un indistinto bisogno di spiritualità che, per puro caso, si esprime nella tradizione culturale cattolica. La fede religiosa è qualcosa di cui si prende atto la domenica a Messa e, semmai, nei grandi momenti di transizione della vita umana: il matrimonio, la nascita di un figlio, il lutto. Per non parlare delle prescrizioni morali: “Certo, il Papa dice che non si deve praticare la contraccezione, ma… non siamo mica matti! Io un altro figlio non posso permettermelo!”. Insomma, non c’è riflessione profonda né sul senso della vita né sul significato dei rituali. Perfino quando la religione diventa un tema di attualità perché ci si confronta con fedi esotiche il pensiero rimane in superficie. Come il cristianesimo è il campanile, la Messa domenicale, il crocifisso negli edifici pubblici, così l’Islam è il minareto, il velo femminile, la preghiera in ginocchio per strada, il terrorismo. Ben pochi rilevano le differenze teologiche, l’insistenza sul monoteismo, l’interpretazione letterale della Scrittura, la diversa sensibilità spirituale che giustifica il nome. Quanti sanno che Islam significa “sottomissione”?

Con chi, allora, può parlare e confrontarsi proficuamente colui che davvero vive la propria fede come una risposta alle istanze spirituali supreme? Non certo con il “credente della domenica”, al quale poco o nulla importa della ricerca del significato esistenziale. Con l’ateo sì, invece. La conclusione è diversa, anzi opposta. Ma per l’ateo, non bisogna dimenticarlo, la verità è in fieri e aperta al cambiamento. E, soprattutto, le domande sono condivise, ineludibili e urgenti. L’ateo, nella propria negazione, riconosce consapevolmente il problema del senso. Prima ancora di rispondere, si interroga. Ecco la base comune sulla quale si gioca la possibilità del dialogo. Poi, beninteso, si può discettare all’infinito e il confronto può rivelarsi più o meno fecondo e portatore di un arricchimento reciproco. Ma solo con chi si pone le domande ci si può incamminare alla ricerca delle risposte.

Mi volto verso la finestra. Il mio sguardo spazia sugli olivi dell’ubertosa campagna umbra. E penso che oggi Francesco, prima che con il Saladino, vorrebbe parlare con me. E io vorrei parlare con lui. Ora so perché sono qui.

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41 Responses to “Ateo… perché?”

  1. Walter S. Andriuzzi

    Gran bell’articolo. Una riflessione (giustamente) sintetica ma al tempo stesso approfondita e ben mirata
    In genere non mi dilungo a commentare scritti che esprimono posizioni che mi vedono sostanzialmente d’accordo (se non per dire “Gran bell’articolo” o roba simile), ma stavolta voglio fare un’eccezione. Poiché qui si offre il punto di vista di una persona con una forma mentis scientifica, ne approfitto per condividere una riflessione che ho in cantiere da un po’
    A mia parere la forma mentis scientifica, insieme ad un decente grado di conoscenza del mondo, porta senz’altro a spregiare la nozione di un Dio, o perlomeno di un Dio più o meno antropomorfico (insomma, il Dio del cristianesimo e dell’Islam), a meno che non si evada la questione come fa il “credente della domenica”. (NB è al secondo tipo di Dio che mi riferirò di seguito, perché alla fine è quello il Dio delle religioni organizzate). Io come (giovane) scienziato trovo che, a differenza di quello che molti sostengono, una piena comprensione della forma mentis scientifica E’ conflittuale con la visione religiosa, in particolare con il credere in Dio (Dio senso 2, non lo preciso più). Io sono ateo soprattutto in conseguenza del mio amore per le scienze naturali (potrei dire “per la Natura”, ma suona un po’ new age). La mia visione del mondo – che ovviamente NON è il frutto di un approccio fideistico – è molto diversa da quella di un (vero) credente. A volte c’è chi mi dice che la mia è una concezione del mondo arida, squallida, se non addirittura crudele. Eppure io, dalla mia convinzione (non *assoluta*, non fideistica, ribadisco) che Dio non esista, sono non solo rassicurato (perché sono un po’ anarchico di natura e un Dio anche solo vagamente simile a quello narrato nella Bibbia è francamente terrificante) ma anche estasiato per quanto riguarda il mio apprezzamento dell’universo. Senza Dio l’universo è amorale, caotico, contingente? Sì. Meglio. Molto meglio. Credere che l’universo sia stato creato da un Dio simile all’uomo (proprietà transitiva – se noi siamo creati a sua immagine e somiglianza…), e che egli (esso? ella?) avesse in mente l’Uomo come fine dell’universo, è sintomo di due cose che non sopporto: antropocentrismo sfrenato, e povertà di immaginazione.
    Al contrario, la visione del mondo che ho modellato e tuttora modello sulla mia forma mentis scientifica mi sembra non solo molto più umile nella sua a-teleologia e rifiuto dell’antropocentrismo (salvo dare interpretazioni forzate del “principio antropico”, che francamente mi sembra di un’ovvietà tautologica), non solo più soddisfacente per l’intelletto, ma anche più affascinante e appagante per l’immaginazione. Dicono che la scienza elimini il Mistero, ma un universo senza Dio è molto più misterioso di uno con Dio. Di più, è magico. È miracoloso. Che le pulsar e le galassie, il Sole e l’atomo, i fiordi norvegesi e la Cuevas de los cristales, la cellula eucariotica e l’occhio dei vertebrati, le sequoie e i nudibranchi, i gatti e le muffe, il Nessun Dorma di Puccini e l’esercito di terracotta, Italia-Germania 4-3 e il Large Hadron Collider – che tutto questo non abbia avuto bisogno di una creazione speciale, di miracoli per venire in essere, QUESTO è il miracolo. Come scienziato (più precisamente naturalista) considero la natura magica proprio per l’assenza di magia

  2. admin

    @Walter S. Andriuzzi:
    Grazie per l’apprezzamento.
    Solo un appunto a margine di una tua frase: “Dicono che la scienza elimini il Mistero…”. Ecco, chi lo dice è cretino o ignorante o in malafede (sì, lo so che tu non sostieni questa posizione e ti limiti e riferirla…).
    La scienza non elimina il Mistero. Manco per niente. La scienza vive di mistero. L’universo è straordinariamente pieno di fenomeni misteriosi e interessanti che aspettano solo di essere indagati, esplorati, capiti, spiegati… affinché nuovi, interessanti e misteriosi fenomeni emergano dopo ogni spiegazione. Se non ci fossero sempre nuovi misteri da studiare, la scienza perderebbe la propria ragion d’essere. Tutto chiaro, tutto spiegato: t’immagini che palle?
    Invece il Mistero c’è ed è una sfida intellettuale emozionante, stimolante, avvincente. E’ una dimensione inseparabile da quella dell’indagine scientifica.

    M.

    N.B.: Ovviamente parlo di misteri veri, verificabili, osservabili e studiabili razionalmente, ossia l’origine della vita o la struttura profonda della materia, non di stronzate come l’astrologia, i miracoli di Lourdes e tutto il ciarpame paranormale di stampo più o meno religioso.

  3. Alexandre

    Mi ero già dilungato in altro post sulla mia personalissima idea di un “dio” che funziona come programmatore di un software infinitamente complicato e non torno su quei passi, ma faccio capolino per consigliare la lettura di un filosofo che ho avuto il piacere e l’onore di conoscere di persona (e di cenarci insieme in qualche occasione ;P), ovvero René Girard. Iniziando da “delle cose nascoste” fino ai libri più moderni, la filosofia girardiana mi ha aiutato a capire la natura umana e il bisogno di religione in un modo assolutamente illuminante…
    E ovviamente consiglio la lettura del maggiore “discepolo” di Girard, Giuseppe Fornari, che ha preso i concetti girardiani e li ha approfonditi e portati alle ultime conseguenze.
    L’unica parte che non condivido dei due suddetti filosofi è che siamo arrivati dove siamo grazie ad un intervento divino.

  4. Stefano

    Ti avevo già espresso in altra sede (via mail) il mio apprezzamento per questo pezzo, e sono felice che tu l’abbia riproposto anche qui.

    Non sono uno scienziato. Sono dunque privo, a mio avviso, di quel piglio completamente razionale e analitico che, in qualche modo, si attribuisce al paradigma dell’uomo di scienza.
    Ma non sono nemmeno uomo di fede, in alcun senso possibile: ho smesso di credere in Dio poco a poco, contemporaneamente allo studio della Filosofia, quasi che l’utilizzo costante, approfondito e persino frenetico della mente mi spogliasse, in qualche modo, di tutte le sovrastrutture assorbite da famiglia, catechismo, scuola e società paracattolica.
    Ancor meno, sono un ingenuo: per citare Nietzsche, a forza di scrutare l’Abisso anche l’Abisso ha scrutato dentro di me. E non sento alcuna paura nel credere in un universo caotico e amorale, dove l’unico senso della vita potrebbe anche essere: nessuno. E se anche la mia vita fosse una sterile manciata di anni concessa dal Caso, per vagare senza meta né motivazione convinto di essere al centro del mio mondo, pur consapevole che tra me e il brodo primordiale che generò la mia specie non c’è alcuna differenza agli occhi dell’universo, saprei comunque sopportarlo senza battere ciglio.

    E tuttavia, nonostante nella mia vita quotidiana io faccia tutt’altro mestiere, sento ancora quel prurito per l’infinito che mi muoveva dieci anni fa. Quando sento parlare di Dio, mi sento chiamato ad interrogarmi, a partecipare, ad azzardare risposte o, quantomeno, a proporre qualche domanda. Non posso farne a meno: e ancora oggi non so se sono residui dei miei studi, segnali dal Divino o rimasugli adolescenziali del mio rifiuto religioso.

    Letti post e commenti, non posso dunque fare a meno di proporre qualche input sperando di placare il mio prurito.

    Nel panorama filosofico moderno, trovo particolarmente interessante la posizione di William James (1842-1910). Crede in Dio (chiamiamolo col nome dei cristiani, per ora): crede in un’entità in qualche modo superiore all’uomo, a cui attribuire poteri maggiori dei nostri. Ma tuttavia, non in termini parmenidei: il Dio di James non è incorruttibile, immobile, perfetto; non è un Dio alieno e distante dall’essere umano, eretto sopra le nostre vite come un’ombra minacciosa e vendicativa (Antico Testamento) o come un esempio lucente di moralità, sacrificio e amore (Nuovo Testamento).
    È un Dio al nostro fianco, che vive e lotta e spera e soffre quanto noi; un Dio che non controlla il mondo, non risolve i problemi con un battito di mani, non decide chi muore e chi vive, non condanna bambini innocenti né salva i delinquenti. È un Dio CHE HA IN QUALCHE MODO RINUNCIATO AL CONTROLLO DEL MONDO E DELL’UOMO dopo averli creati; un Dio che davvero ci ha concesso il pieno libero arbitrio, non una parvenza di libertà “a patto che gli si obbedisca”. Un Dio che lotta in qualche modo a fianco dell’uomo contro la sofferenza, la malattia, la morte, fornendo le risorse che può fornire: serenità, coraggio, forza d’animo, speranza.

    È pressochè ininfluente per James la verità riguardo la vita ultraterrena. Non importa che l’anima sia o non sia immortale, né che esista o meno un Paradiso e che l’accesso sia regolato sulla base del comportamento morale in vita. È la vita qui e ora, nella scheggia di tempo concessa ad ogni individuo, che interessa a James – e anche al suo Dio. Il Dio di James non attende gli uomini sulla soglia della morte per salvarli o condannarli; piuttosto, è al fianco di chi lo cerca con fede per accompagnarlo lungo la vita sulla Terra, affinchè questa sia il più serena, felice, “buona” possibile per sè e per gli altri.

    La sua posizione, poco studiata peraltro nella storia della filosofia, apre interessanti questioni sul senso della vita. Può darsi che in qualche modo la vita sia un percorso nella terra dell’uomo, affrontando difficoltà, sofferenze, ingiustizie, dolore, morte: non una palestra di vita (non avrebbe senso, visto che si muore), non una serie di prove per la nostra fede, non una sadica violenza perpetrata dal Creatore o dal Demonio. Un percorso lungo il quale ciascun individuo trova, scopre e utilizza i mezzi che ritiene più adatti per ottenere la propria serenità e a quella degli altri. Mezzi che possono anche comprendere Dio: un Dio simbolo, naturalmente, un Dio che riassume la risposta alla domanda fondamentale – una risposta che, tuttavia, non ci sarà mai lecito conoscere completamente.

  5. Fabio

    Molto interessante il commento di Stefano. La posizione di James è, per me, assolutamente originale: non l’avevo mai sentita.
    Riflettendoci, però, nel mio piccolissimo, la trovo “inutile”.
    “Credo” (anzi sono convinto) che il “bisogno” di Dio e della religione derivino, molto semplicemente, dalla paura. Il Dio di James non mi pare che possa “illudere” e aiutare l’uomo.
    Grazie.

  6. Stefano

    Mi spiace Fabio, ma l’utilità non è un vessillo interessante da alzare in discussioni come queste. Se davvero dovessimo valutare la vita in termini di utilità, e scartare le cose “inutili” dalla nostra esistenza, ne rimarrebbero davvero poche.

    La Natura stessa non funziona secondo utilità ma secondo schemi diversi; schemi che riguardano forse la catena causa-effetto – che tuttavia non si muove nella sfera dell’utile ma del necessario; e basta domandarsi quanto utile sia, dopotutto, che il mondo sia così esageratamente vario, abbondante, differenziato; o dove sia l’utilità in un cervello –il nostro– così inzuppato di pensieri perfettamente inutili, di idiozie, dati approssimativi, credenze inconsistenti, banalità, ricordi spezzati; o dove si trovi l’utilità nelle nostre azioni quotidiane, nelle nostre perdite di tempo, nel nostro autoinfliggerci la condanna alla produttività, incastrati nel meccanismo del Moloch-benessere occidentale.

    Dio, a questo punto, sarebbe solo un pensiero inutile tra tanti altri.

    Facciamo un passo indietro: e se, invece che l’utile, provassimo a parlare in termini di serenità? Di soddisfazione personale, di autorealizzazione, di felicità? Se fosse questo lo scopo della vita: essere vissuta il più felicemente possibile?

    In quest’ottica, non ritieni ragionevole una posizione come quella di James? Ovvero: la vita sa essere complicata. Se è meglio viverla felicemente piuttosto che soffrendo, e credere in Dio (che sia il Dio dei cristiani o il Dio di qualcun’altro, in questo momento, è ininfluente) può in qualche modo aiutarmi ad addormentarmi col sorriso e svegliarmi con il coraggio di affrontare la giornata, dov’è il problema?

    Dopo tanti anni di ricerca e indagine in questa direzione, una piccola certezza l’ho raggiunta: non è la verità lo scopo della vita, dopotutto. Sapere con certezza se Dio c’è o non c’è, se duemila anni di storia si sono svolti o meno sotto una luce inesistente, se la vita dopo la morte è una cagata colossale, non può essere uno scopo di vita.

    Odio anche io i “cristiani della domenica”, come sono stati definiti. Odio la Chiesa Cattolica, sovrastruttura senza senso, vecchia e polverosa, persino pericolosa per certe questioni morali. Odio la Messa della domenica, odio il concetto di umiltà-a-tutti-i-costi, di sacrificio, di punizione delle proprie pulsioni.
    Ma qui è la chiave: non odio queste cose (e, di contro, non credo in Dio) perchè credo che non esistono: non avrebbe senso. Non credo in Dio e in tutte le sue conseguenze perchè la cosa non mi dà alcuna felicità in più; sapere di essere amato da una benevola divinità creatrice, che mi aspetta a braccia aperte per l’eternità, non mi fa svegliare con più amore per il mondo, al mattino. Sapere che Dio mi ama di amore infinito non mi ha mai aiutato a superare la solitudine. Sapere che Dio ha un progetto su di me e i miei cari non mi ha mai aiutato ad affrontare la morte delle persone che amo, la malattia debilitante, la sofferenza, il dolore.

    Dio non mi ha mai reso più sereno o più felice. Ma, è innegabile, molte persone trovano in Dio una luce, una speranza, una ragione di vita, la serenità necessaria a sopravvivere nel mondo. E dunque: se io non sono invidioso di loro (il mio cinismo me lo impedirebbe) e loro non lo sono certo di me (loro hanno Dio dalla loro parte, mi si passi la crudezza), tutto questo diventa una splendida, interessante discussione – ma null’altro.

  7. Stefano

    Aggiungo: chiaro che l’eventuale consapevolezza che Dio è un motore di perfetta felicità, in cui credere (se ci si riesce) o non credere (se non ci si riesce), non toglie nulla all’urgenza e la ricchezza del dibattito sulla fede, che resta comunque un argomento fondamentale per la mente umana.
    La profondità dell’argomento e la necessità di sondarlo per l’uomo amante della conoscenza, da soli, bastano a giustificare l’importanza del dialogo sulla fede. Dialogo del quale, peraltro, non potremmo comunque fare a meno.

  8. Fabio

    Condivido in grandissima parte quanto scritto da Stefano: mi sembra che “l’utilità” giudicata “inopportuna” o, forse, “sbagliata” all’inizio venga poi giudicata “centrale” per la maggior parte (quasi tutte) delle persone.
    Mi sento di ribadire che “la paura” della morte e la necessità di “trovare” uno scopo alla vita trovino un “naturale” e “utile” sbocco nella religione e in Dio.
    Ci sono persone (poche) che non ne hanno bisogno o non ne vogliono aver bisogno (io) ma, questi ultimi, cercano di “razionalizzare” quello che sentono.
    Credo, poi, che la Natura funzioni proprio SOLO in base all’utilità; ovviamente non antropocentrica, ma questo è un altro problema.

    Grazie.

    PS: il buon Marco è assente dalla discussione. In ferie? ;)

  9. admin

    @Fabio:
    Il buon Marco è un po’ latitante perché oberato dal lavoro. Non così oberato, però da non poter leggere e approvare i vostri commenti. Sicché sappiate che, se i commenti vengono pubblicati, è perché io, da qualche parte, ci sono. Magari solo con WordPress per iPhone, ma ci sono. :-)

    Detto questo, una veloce considerazione sull’utilità. Vedo il punto, ma non lo condivido. Né condivido la filosofia di James.

    Io non mi riconosco nella posizione di Stefano. Per me Dio, dal punto di vista della mia felicità, non sarebbe affatto inutile. Se esistesse, sarei contento, contentissimo. Mi sento “orfano di Dio”. Se volete, invidio la fede altrui. (Poi, certo, se quel Dio lì esistesse mi verrebbe voglia di mandarlo ‘affanculo, come ho scritto, perché permette la sofferenza innocente, ma questo è un altro discorso.)

    Tuttavia non posso credere.

    Non posso perché mi sembra ignobile: mi pare poco dignitoso rincoglionirsi con un’illusione per la semplice paura di dover accettare una realtà sgradevole. Mi spiego con un esempio: se potessi sapere con certezza assoluta e definitiva se la persona che ami ti tradisce oppure no, preferiresti sapere la verità oppure continuare a restare in un’incerta fiducia? Io preferirei sapere. Non sono paranoico e non pedino mia moglie e mi fido di lei (anche perché non ho motivo di sospettare un tradimento), però in generale preferisco i fatti e la realtà alle illusioni, per quanto queste ultime siano consolanti. Mi rendo conto nondimeno che questo è un atteggiamento molto personale e soggettivo e rispetto chi fa scelte differenti.

    C’è poi un secondo problema, assolutamente radicale: non posso credere perché… non posso e basta. La ragione prevale su ogni altro argomento: i fatti sono lì da vedere, Dio non è occamisticamente necessario e comunque le sue caratteristiche tradizionali (bontà e onnipotenza) sono in palese contraddizione con l’evidenza del dolore innocente. Ergo Dio non esiste. Punto. Che cosa posso fare? Sforzarmi di credere comunque? Non si può. “Credere” è come “amare”: un verbo che non ammette l’imperativo. Non può essere oggetto di un atto di volontà.

    M.

  10. Stefano

    Marco solleva in realtà l’unico punto chiave della discussione: la FEDE.

    Non si può “credere per forza” nemmeno di fronte alla certezza che Dio sarebbe una scelta buona, rasserenante, portatrice di felicità; e non si può “non-credere per forza”, nemmeno di fronte all’evidenza immotivata della sofferenza, all’inspiegabile dolore, alla morte innocente, all’assenza di senso.

    Anzi: a maggior ragione, per taluni, la sofferenza e il dolore rafforzano la fede di chi crede; così come la sensazione che Dio sia solo un distributore di felicità rafforza l’ateismo di chi non crede.

    Nella Bibbia (mi si perdoni se il testo è leggermente di parte), quando gli apostoli corrono verso il Sepolcro dove le donne dicono di aver visto Gesù risorto, succede un episodio simbolicamente interessante. Considerate che la Resurrezione (in quanto atto di sconfitta della morte) è uno dei momenti fondanti del Cristianesimo: se Dio non fosse risorto sarebbe stato un Dio finito, mortale, non in grado di sconfiggere e superare ciò che ci rende uomini. I primi due apostoli ad arrivare sono Pietro e Giovanni; Pietro leggermente più avanti, giunge per primo all’ingresso del Sepolcro -luogo del massimo Mistero- ma si blocca sull’uscio. Giovanni arriva dietro di lui, ed entra.

    Il significato, secondo la maggior parte degli studiosi, è semplice. Pietro rappresenta la Ragione. La Ragione arriva prima, è più veloce e scattante della Fede, più sveglia e attiva. Ma di fronte al massimo Mistero, non sa come comportarsi. È la Fede (Giovanni), invece, che se pure si attarda, ha il coraggio di entrare e confrontarsi col Mistero. La posizione dell’ortodoxa cristiana è chiara: la Ragione è fondamentale (non dimentichiamoci chi è Pietro, secondo la tradizione!), ma la Fede arriva oltre.

    Inutile dire che sono d’accordo solo fino ad un certo punto. Credo che se il Mistero fosse stato, anzichè “Sconfiggere la Morte” una cosa tipo “Rendersi conto che la vita è vuota e non ha alcun senso”, la Ragione sarebbe entrata, e la Fede sarebbe rimasta all’ingresso della grotta, piangendo.

    Fede condivide molto con Fiducia. Avere Fede significa di fatto fidarsi ciecamente di Dio. “Ciecamente” non a caso, visto che nessuno l’ha mai visto (tolti un paio di invasati, forse). Si tratta di fiducia nell’invisibile, sulla base di qualcosa che si sente dentro.

    La Fede è, sempre secondo la tradizione (giudaico-cattolica in particolare), Grazia di Dio. Ovvero: Dio dona la Fede all’uomo ma, evidentemente, non a tutti. Poi quando te la spiegano meglio, la rigirano sempre come vogliono: che Dio la dona a tutti gli uomini ma alcuni non la vogliono seguire; che Dio c’è sempre sei tu, Uomo, a non vederlo; che tutti abbiamo la Fede ma è come una candela, siamo noi a decidere se e come e quanto tenerla accesa. E così via, di delirio in delirio.

    Ma io credo che Dio, se davvero c’è (e ripeto: PER ME non c’è), abbia egli stesso scelto chi volere come fedeli. Non credo mi vorrebbe mai come fedele e quindi, se anche in passato avesse scelto di donarmi la Fede (mi piace pensare che dia una chance a tutti), me ne ha privato o ha lasciato che io me ne privassi, senza opporsi. Credo che se per Dio fosse così importante ESSERE CREDUTO DA TUTTI, sarebbe un Dio diverso, debole, desideroso di qualcosa, mancante: e ciò non può funzionare (non con il Dio dei cristiani, almeno). Oppure, avrebbe tenuto accesa la Fede in tutti “per miracolo”. O ancora, di fronte a tanti dubbi in merito alla sua esistenza, sarebbe già apparso una volta per tutte in conferenza stampa internazionale e dichiarandosi, finalmente.

    Insomma: io sono certo che Dio non ci sia. Non sento nulla in proposito, non ne sento il bisogno perchè non temo la Morte, il dolore, la sofferenza e la mancanza di senso che caratterizzano l’esistenza umana. E non invidio chi crede, perchè so con certezza granitica che non potrei MAI avere fede. Tuttavia, credo che la Fede sia un dono valido; battezzerò mio figlio e lo manderò a catechismo, come hanno fatto i miei genitori, e se mai deciderà di avere posizioni diverse da quelle dei credenti, sarà lui a sceglierlo, non io.

    Non credo che la Fede “faccia male”. Dio non fa male a nessuno (la Chiesa, invece, in suo nome…); è un concentrato di valori tutto sommato validi dal punto di vista educativo e sociale (a parte un paio che non sopporto proprio); io non ho Fede. Ma rispetto chi ce l’ha: perchè con semplicità e ingenuità, forse, ha risposte che io non ho.

    Fortuna che a me piacciono molto di più le domande.

  11. admin

    @Stefano:

    Io non capisco. Davvero: non capisco. La fede di qua… La fede di là…

    “Tu non puoi capire: ci vuole la fede”. Oppure: “Capisci solo alla fine di un percorso di fede”. E ancora: “Marco, sai… è una questione di fede”.

    Mai un cane che mi dicesse che cos’è ‘sta fede. La mia amica suora di clausura mi dice: “Guarda, è come essere innamorati. Dio c’è e tu lo senti”. OK, grazie. Molto gentile. Valore esplicativo: zero. Io lo so che cosa significa essere innamorati. Ci sono passato, come tutti. Ma la fede non ce l’ho e non l’ho mai avuta. Sicché di questo discorso non posso capire niente. Né alcuno può aiutarmi a capire alcunché, giacchè, se la fede è un’esperienza interiore soggettiva siffatta, non è né condivisibile né comunicabile. Perciò lei ha fede, sta lì, sorride. E io non capisco niente. Che devo fare? Sforzarmi? E’ un dono? Allora devo aspettare l’illuminazione dall’alto? Se arriva dall’alto, perché lei sì e io no? Chi sono io, il figlio della serva? Boh!
    E d’altronde, se si tratta di un’esperienza soggettiva, ha un valore nullo per quanto riguarda la razionalità, che non ha la pretesa di essere oggettiva ma almeno intersoggettiva. Quindi sai che c’è? Dio la fede non me la dà. E a pensarci bene neanche mi frega.

    Su un fatto dissento totalmente da te: il battesimo di un figlio. Non ho figli e non ne avrò. Però, se ne avessi avuti, mai e poi mai li avrei fatti battezzare. Mai e poi mai avrei imposto loro un gesto in positivo, di accettazione a priori (ché questo è il battesimo). Il catechismo sì, invece: che conosca ciò che il mondo propone, per accettarlo o per rifiutarlo. Dopo, semmai, raggiunta l’età della ragione, se lui vorrà si farà battezzare. Senza contare un altro aspetto… Sai perché la Chiesa sostiene che in Italia ci sono 50 milioni di cattolici? Perché per lei tutti i battezzati sono cattolici. Ecco, ‘sto schifo non mi garba.

    M.

  12. Fabio

    Io non ho la fede e quindi capisco benissimo la posizione di Marco. Però “capisco” coloro che dicono: “E’ un dono e per averla è indispensabile mettersi nello stato d’animo di accettazione e desiderio di volerla.”
    Ovviamente io non possiedo quello stato d’animo.
    Condivido l’assurdità del battesimo a meno di non crescere, poi, il bambino/a in un’ottica di “spirito critico”.
    Sulla Chiesa Cattolica, poi, stendiamo un velo pietoso……

  13. admin

    @Fabio:
    Sì, sì… ma al di là dell’avercela o meno io vorrei capire bene che accidente è ‘sta fede!
    M.

  14. Stefano

    Nemmeno io ho fede, ma sono certo di averla avuta; conosco molta gente che ne ha e, peraltro, il “fenomeno” mi ha sempre attirato moltissimo sin dalla mia adolescenza.

    Marco, credo sia un po’ come hai detto tu. “Credere” è come “amare”: non solo perchè sono verbi di cui non esistono l’imperativo. Credo che sia un po’ una cosa del genere. Un amore su un piano invisibile, che coinvolge interesse, stima, fiducia cieca, abbandono, lode, serenità, felicità, senso di completezza. Non saprei come spiegarlo meglio.

    Forse il problema nasce dal fatto che tu ragioni da scienziato (e vorrei vedere :D).
    Conosci l’amore perchè sei stato innamorato e sai cosa vuol dire. E se anche uno te lo spiega dicendo “senti le farfalle in pancia”, tu capisci cosa vuol dire perchè “ci sei passato”. Ma non hai mai avuto esperienza di fede, e nessuna spiegazione ti sembra mai abbastanza chiara o esaustiva.

    E tuttavia, potrei parlarti di Sant Louis Obispo (in California), dove io sono stato e tu no; del Grifone di cui ho letto sui libri di mitologia greca; del Fantadrago di Ende; del suolo della Luna, di cui so ma non ho mai avuto esperienza diretta. Perchè si può parlare, sapere, conoscere, anche ciò di cui non si ha esperienza concreta diretta. Andiamo, l’Empirismo è stato superato nel 1700 :)

    Io vado matto per i credenti, per Dio e per la fede. Potessi scegliere, non ucciderei Dio – perchè è una gran bella tega, come si dice dalle mie parti. Ne vado matto come un chirurgo che si esalta di fronte ad un’operazione difficile; come un matematico alle prese con la Congettura di Hodge; pur pensando, sotto sotto, che Dio e la Fatina dei Denti non siano molto distanti, trovo affascinante quanto la Storia dell’Uomo e la Storia di Dio (qualunque Dio) vadano in qualche modo sempre a braccetto, ci piaccia o no.

  15. Fabio

    Viste le premesse (mie) non sono certo la persona più adatta per spiegare cos’è la fede….
    La mia idea,comunque, è questa:
    avere “certezza” che un “corpus” di fatti e idee (scientificamente indimostrabili e “illogici”) siano “reali” e attenersi ad essi per “vivere”. Come vedi richiede di “credere” senza porsi questioni del tipo “causa-effetto”, logica, esperienza fattuale.
    Quando la paura (del futuro, di una malattia, della morte, di un esame, ecc.) diventa sufficientemente elevata moltissime persone si “affidano” a Dio e alla fede. Ovviamente è un ragionamento un po’ rozzo, generale e generico.
    Personalmente, comunque, posso capirlo.

  16. Alexandre

    @ Fabio: “capisco” coloro che dicono: “E’ un dono e per averla è indispensabile mettersi nello stato d’animo di accettazione e desiderio di volerla.”

    Ma scusa, ma cosa vuol dire?
    A me suona tantissimo come “se vuoi ci credi, se no no”. Ma allora non si può dire la stessa cosa de… boh del coniglio pasquale, o dell’omeopatia, o del braccialetto dell’equilibrio , o che ne so io?
    Ho letto che tu non credi, non ce l’ho con te, solo non capisco come tu possa “capire” chi ha fede. Io no. Posso capire perchè un bambino di sei anni creda a Babbo Natale. Lo capisco, lo accetto. Ma se ci crede uno di 25, uh, scusa tanto ma come faccio ad “accettare” una cosa così? La religione è come la storia di Babbo Natale, solo più ricamata e arzigogolata, e che ha alle spalle un lavoro di millenni per renderla credibile con interpretazioni e attraverso la semplice accettazione come pratica comune.
    E con le interpretazioni si può sostenere qualunque cosa… sia detto senza offesa per l’autore, ma per esempio tutta quella interpretazione su pietro come ragione e giovanni come fede… sono piuttosto sicuro che se prendo la bibbia e la apro a caso, posso prendere un episodio ed interpretarlo come mi pare.
    Se l’idea di chi ha scritto il libro era “ti serve la ragione supportata dalla fede”, perchè non lo ha semplicemente scritto?
    E, per terminare, la fede è l’esatto contrario della ragione. Vuol dire credere senza prove. Vuol dire “credi perchè te lo ha detto un tizio”.
    Insomma, io chi “crede” proprio non lo capisco.

  17. Fabio

    @ Alexandre.
    Provo a spiegare perché posso “capire” chi ha la fede partendo dal mio assunto (paura –> fede).
    Credo che molte cose nella vita possono essere “provate” (quasi esclusivamente) se ci si mette nella condizione di “essere disponibile”: amore, odio, amicizia, forse estasi, matrimonio (un po’ forzato…), esperienze “lisergiche”, ecc. Si può essere “folgorati sulla via di Damasco” senza essere disponibili ma mi sembra una situazione abbastanza rara mentre spessissimo “chi cerca trova”…….
    Quando la “paura” è ad un punto tale da rendere la persona incapace (o quasi) di vivere, spesso (appunto per “sopravvivere”: attività per la quale siamo “biologicamente” programmati) ci si “dichiara” disponibili consciamente o inconsciamente.
    Un esempio semplicissimo: può essere molto molto difficile accettare che i genitori o un figlio/a (verso i quali si prova una forma molto particolare e “forte” di sentimento e/ responsabilità) possano prima o poi morire e semplicemente “sparire”; da qui la “paura” ecc. ecc.

    Ecco perché posso “capirlo”, la spiegazione è un po’ arruffata ma mi sembra abbastanza “razionale”.

    Mi scuso per essere stato prolisso ma sono un “tecnico”…

    Grazie.

  18. Mattia

    Mi intrometto nella discussione, semplicemente perché penso di poter dare il mio punto di vista ed essere ennesimo spunto di riflessione.

    Ho raggiunto questo post grazie ad una segnalazione di Google Reader di Stefano, che non so se è lo stesso che scrive sopra. In ogni caso sono un programmatore e anche se alcuni ci chiamano scienziati, io mi sento più uno in grado di tradurre in codice quello che la macchina deve fare.

    Detto questo vado subito alla mia riflessione.
    Leggendo il post e i commenti mi sono venuti subito alla mente due persone, che secondo me non hanno vissuto la vita, ma hanno vissuto un miracolo, anche solo per il numero di persone che sono riuscite a smuovere.
    Mi riferisco a Giovanni Paolo II e Madre Teresa di Calcutta.
    Io non so come abbiano fatto, ma mi sento di dire che loro la Fede l’avevano realmente.
    E cos’è allora questa Fede? Nei commenti è stata paragonata all’Amore e devo ammettere che mi trovo abbastanza d’accordo. Mentre non mi trovo d’accordo con chi dice facilmente e senza riflessione “io l’Amore l’ho provato”.
    Quando si parla d’amore io penso all’atto d’Amore più grande che esista: una madre che muore per lasciar nascere e vivere suo figlio.
    Quante volte ho sentito situazioni come queste, una proprio qualche settimana fa.
    Se in un gesto simile, si può riconoscere l’Amore, beh allora io posso ammettere che tutti i miei innamoramenti, non erano altro che “cotte”.
    Si perché non posso affermare con certezza che mi sarei lasciato morire per ognuna di quelle persone che ho sentito di amare.
    Detto questo forse posso anche affermare che molte persone si sposano perché stanno bene insieme e non perché si amano! Dopo qualche anno infatti il divorzio arriva, oppure si smette di amarsi e si sta insieme per convenienza. (parere personale: Che brutto!)
    Ma torniamo alla Fede.. cos’è quindi la Fede?
    Forse la Fede è sentire dentro di sè che qualcosa di più grande esiste.. non bisogna volerlo, è così!
    Mi è capitato più volte di saltare la Messa della domenica, ma dentro di me è sempre presente questo essere sicuro che qualcosa che ha creato tutto (sia questo tutto il mondo o il bigben che lo ha generato) esiste davvero.
    Permettetemi di fare un piccolo excursus sulla Creazione. Non sono un teologo, ma quel brano dell’Antico Tesstamento che racconta di un uomo ‘creato ad immagine e somiglianza’ è un racconto e non una descrizione storica. Inoltre per capire davvero quel testo chiamato Bibbia è secondo me, necessario leggerlo in lingua originale, il che richiede uno studio approfondito della cultura presente in quel periodo e del momento storico in cui è stato scritto, nonchè della conoscenza/padronanza della lingua in cui è scritto.
    Poi mi viene da pensare a quello che in 2000 anni non è stato ancora spiegato (che personalmente non mi serve per Credere, ma che comunque mi incuriosisce): parlo ovviamente della Sindone. Il fatto che le prove del carbonio 14 abbiano dato risultati in parte accettati, ma con ancora qualche strascico di incredulità, mi lascia pensare che forse l’uomo non potrà mai spiegare tutto e non perché non ne è capace, ma perché è impossibilitato a farlo.
    Altra cosa che mi lascia parecchio stranito è il racconto dei risvegli dal coma: fosse per i medici molte persone oggi non sarebbero più in vita: “è in coma ormai da tempo, stacchiamo i macchinari, non c’è più nulla da fare.” e dopo settimane, mesi o anni quella stessa persona riapre gli occhi.
    Com’è spiegabile questo? Ma soprattutto perché la maggior parte al risveglio, anche a lati opposti del pianeta, parlano di una luce bianca in fondo ad un tunnel? Mistero.. Gloria Polo è uno dei casi più conosciuti e strani che la scienza non è riuscita a spiegare.
    Infine vorrei parlare della bestemmia. Molti si dicono atei, ma poi la prima cosa che fanno quando sono incavolati è bestemmiare. Perchè bestemmiare se tanto non esiste un Dio? E’ un comportamento illogico che sinceramente reputo piuttosto sgradevole e irrispettoso nei confronti di chi Crede.

    Spero che questo possa lasciare spazio ad una ulteriore riflessione.

  19. admin

    @Mattia:
    Sulla fede: per come la presenti tu, è palesemente un’esperienza interiore e soggettiva, non comunicabile. Interessante, ma io quell’esperienza non la vivo affatto. Non mi dice nulla riguardo alla soluzione del mio problema filosofico: Dio esiste? Prendo atto che tu sperimenti quest’esperienza interiore, ma di più non posso fare.
    Sindone: è del Trecento. Punto. Tutto porta a questa conclusione e non c’è un solo straccio di prova che sia più antica. Sui test con il carbonio-14 chi sostiene che c’è ancora incertezza o non è informato o è in malafede. Ulteriori info, solo per fare un esempio, qui:
    http://www.stukhtra.it/?p=2958
    Sul coma: altra confusione. Nessun medico si sognerebbe mai di staccare dai macchinari una persona in coma. Ma il coma non va confuso con una condizione di totale non recuparabilità. Era il caso di Eluana, per dire. Da quelle condizioni lì non si torna. Nessuno è mai tornato. E a maggior ragione va rispettata la volontà del soggetto, se espressa in orecedenza in condizioni di piena lucidità.
    Sulla bestemmia: è una cretinata. La bestemmia è una cretinata anche e soprattutto per l’ateo. Ma dire che è irrispettoso per chi crede… bah! Non vedo perché. Sai, è una questione di sostanza. Una volta un credente mi ha detto che per lui sentire una bestemmia sarebbe come per me sentirmi dare del figlio di puttana. Ora, se proprio di nulla mi frega è proprio l’insulto, diretto a me o anche alla mia mamma. Perché importanti sono i fatti. I casi sono due: o la mia mamma è davvero una puttana, e allora mi può seccare sentirmelo ricordare ma così è, oppure non lo è (e infatti non lo è), e allora qualsiasi cosa dica chiunque nulla cambia a questo fatto, quindi a me che mi frega? Idem come sopra per la bestemmia. Che cosa cambia a un credente, alla sua fede, alla sua alta stima per il Supremo Creatore, sentir esclamare una bestemmia. Nulla.
    M.

  20. admin

    @Fabio:
    La fede come figlia della paura. Ok, mi convince. La spiega. Ma non la giustifica.
    Il pensiero razionale, tuttavia, deve prescindere dalla paura. Io voglio sapere com’è il mondo, non come mi piacerebbe che fosse per sentirmi granquillizzato o appagato.
    M.

  21. admin

    @Stefano:
    Certo che si può parlare anche di ciò di cui non si ha esperienza diretta, che diamine. Ma attenzione: io non dico che della fede non posso parlare. Tant’è vero che ne sto parlando. Io dico che non posso capirla. Mentre il fantadrago non l’ho mai visto ma posso figurarmelo e il suolo della Luna posso, se voglio, andare a vederlo in una bacheca alla NASA, la fede invece no. Non sta da nessuna parte, nemmeno sotto forma di illustrazione. E allora che cosa posso sperimentarne? Al massimo, potrò vedere le immagini del cervello di un credente in piena estasi mistica sottoposto a qualche tecnica di neuroimaging. Per me, la fede è quella roba lì. Ma sul problema dell’esistenza di Dio non mi dice nulla di nulla.
    M.

  22. Fabio

    @ Mattia.
    Per quanto è di mia conoscenza, oltre a quello che ti ha scritto M. mi permetto di aggiungere/ribadire che:

    - il “sentire” è un fatto troppo personale, per esempio ci sono persone che “sentono” voci avvertite solo da loro, “sentono” entità che gli danno “ordini” terribili che “devono” eseguire”, “sentono” di avere un “destino ineluttabile”, “sentono” di essere investiti di speciali diritti o doveri, ecc.

    - riguardo il discorso sulla “Bibbia che sarebbe necessario leggere in lingua originale” faccio notare che la Chiesa Cattolica per secoli ha SUGGERITO/VIETATO ai non prelati di leggerla (questa cosa fa parte della storia “ufficiale” della Chiesa). E comunque la CEI raccomanda di leggerla seguendo una serie di accorgimenti: il principale è quello di “porsi” in un atteggiamento di “accoglienza” e “accettazione”.

    - sulla Sindone (che nemmeno la Chiesa, peraltro, riconosce ufficialmente come immagine di Gesù ma poi utilizza per pura speculazione economica) basta leggere quello che hanno pubblicato autorevolissime Università straniere, Enti indipendenti, il Cicap, ecc. Davvero sulla Sindone non ci sono, al momento, dubbi scientifici.

    - sul perché “la maggior parte delle persone al risveglio dal coma, parlano di una luce bianca in fondo ad un tunnel? Mistero..”. Mistero? Fior di pubblicazioni medico-scientifiche asseriscono che si tratta di ipossia e conseguenti allucinazioni basate su meccanismi ben conosciuti dagli specialisti.

    - sulla bestemmia mi permetto di dire che è pura e semplice maleducazione. Se, però, offende alcuni dovremmo porci il problema più generale: le religioni nel mondo sono numerosissime, siamo sicuri di sapere cosa offende un credente di: induismo, Ayyavali,
    Bahá’í, Caodaismo, Confucianesimo, Celtismo, Neopaganesimo, Odinismo, Rastafarianesimo, Scientology, Sciamanesimo, Shintoismo, Sikhismo, Taoismo, Zoroastrismo, Wicca, Via Romana agli Dei? Tutte riconosciute come religioni (e sono solo alcune delle principali).

    Grazie.

  23. Mattia

    Sono contento che ci siano state delle risposte.
    @admin: “Sulla fede: per come la presenti tu, è palesemente un’esperienza interiore e soggettiva, non comunicabile. Interessante, ma io quell’esperienza non la vivo affatto. Non mi dice nulla riguardo alla soluzione del mio problema filosofico: Dio esiste? Prendo atto che tu sperimenti quest’esperienza interiore, ma di più non posso fare.”

    Beh è proprio quello che scrivi tu.. bisogna fidarsi. Se tutto fosse chiaro non sarebbe Fede. Cioè io non ho fede nella presenza di un tavolo nel mio salotto. So che c’è, lo vedo.

    Per quanto riguarda la Sindone, che ribadisco non serve per Credere, mi piacerebbe che ci fossero dei risultati che tolgono ogni ombra di dubbio e non cose del tipo.. ah si, l’ho riprodotta quindi forse hanno usato anche loro lo stesso metodo.
    Uno scienziato ha il compito di dire è così oppure non è così, dando prove certe e non: “sì, io l’ho ricostruita quindi forse hanno fatto anche loro in questo modo.”
    Quindi rimango scettico. E sottolineo che per me non è il lenzuolo citato nella Bibbia.

    Sul coma non sono d’accordo. La signora Gloria Polo colpita da un fulmine non aveva più possibilità (secondo scienza) di tornare a vivere, eppure lei è viva e vegeta e con le parti bruciate dal fulmine ora completamente rigenerate.

    Sulla bestemmia è irrispettoso perché da fastidio. Ribadisco il fatto che se uno non crede in Dio, è illogico che lo bestemmi.. sia questo il Dio dei Cattolici, il Dio dei Mussulmani o di qualsiasi altra religione.

    @Fabio: “faccio notare che la Chiesa Cattolica per secoli ha SUGGERITO/VIETATO ai non prelati di leggerla (questa cosa fa parte della storia “ufficiale” della Chiesa). E comunque la CEI raccomanda di leggerla seguendo una serie di accorgimenti: il principale è quello di “porsi” in un atteggiamento di “accoglienza” e “accettazione”.”

    Beh, io l’affrontavo da un punto di vista più materiale.. se leggo un libro mi piace capire quando e dove è stato scritto e le condizioni dell’autore in quel momento. Questo mi aiuta ad essere più vicino alla storia raccontata.

    Infine provo, anche se non sono io che dovrei farlo, a rispondere al quesito: Dio esiste?

    Si, se lo si chiede ad un credente convinto.
    No, se lo si chiede a chi non crede.
    La vera risposta è che non lo sa nessuno..
    Nella religione Cattolica (che è quella che conosco di più) il testo chiamato Bibbia porta avanti un movimento chiamato Chiesa Cattolica da più di 2000 anni, ma questo non significa che Dio esiste. C’è un passaggio in questo testo che dice: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (Gv 20,29)
    Diciamo che questo testo ci lascia libero arbitrio, siamo liberi di credere che Dio esiste oppure no.
    Credo che questa sia la risposta.
    Spostandomi su un lato più umano, credo che l’esempio di Babbo Natale sia una buona partenza per riflettere se da bambini eravamo più felici quando credevamo a Babbo Natale oppure no.
    E da adulti possiamo forse dire la stessa cosa sul credere a Dio.
    Siamo più felici con o senza? Attenzione che per saperlo bisogna provare le due cose!

  24. admin

    @Mattia:
    Sulla Sindone: i risultati che tolgono ogni dubbio ci sono e sono le prove con il carbonio-14. Chi ne nega la validità ha una pregiudiziale a favore dell’autenticità della Sindone e non crederebbe che è un falso nemmeno se si rinvenisse una confessione autografa del falsario del Trecento. Garlaschelli, con la sua copia, non ha ovviamente dimostrato che la Sindone è un falso, ma ha dimostrato che è un oggetto comune e perfettamente spiegabile senza bisogno di invocare fenomeni misteriosi. Le prove della stranezza della Sindone sono (come sempre) a carico di chi la sostiene, non di chi nega sia un manufatto autentico di 2.000 anni fa. Insomma, intorno alla Sindone non c’è alcun mistero. Oppure sì? Se è così, sta a chi lo sostiene addurne le prove.

    Sulla fede: c’è una fallacia di fondo nel tuo argomentare. Tu metti sullo stesso piano la convinzione che Dio esista e quella che non esista. Ebbene, non è così. Non si può dimostrare che qualcosa non esiste, nemmeno Babbo Natale. E l’onere della prova spetta sempre a chi dichiara qualcosa, non a chi la nega. Ora, la prova dell’esistenza di Dio non c’è. L’ateo non può dimostrare che Dio non esiste, ma può dimostrare che Dio è inutile, nel senso che l’ipotesi dell’esistenza di Dio viola il rasoio di Occam. Insomma, l’universo, ossia ciò che vediamo dell’universo, è spiegabile senza bisogno di Dio, che quindi è occamisticamente inutile. Nulla fra ciò che osserviamo (e men che meno la Sindone) ha bisogno dell’ipotesi “Dio”. Ergo, per un sano principio di economia intellettuale, Dio non esiste.
    A ciò si aggiunga un’ulteriore riflessione sulla teodicea. Poiché la sofferenza innocente è un fatto evidente e largamente sperimentabile, si deve concludere che in particolare il Dio cristiano, con le sue caratteriatiche di bontà e onnipotenza, non può esistere perché in palese contraddizione con la realtà.
    Ancora due parole sul concetto di utilità. Dio, come ho mostrato, non serve. Ma che significa “servire”? Dal mio punto di vista, l’utilità è razionale: Dio serve o non serve logicamente per spiegare qualche fatto osservato. Come ho mostrato, non serve. Tuttavia per qualcun altro Dio potrebbe “servire” perché lo aiuta a sentirsi amato, capito, voluto, giustificato. Può essere piacevole, ma non è quello che mi interessa: come ho già ripetuto ad nauseam, a me interessa il mondo com’è, non come mi piacerebbe che fosse.

    M.

  25. Mattia

    @admin “a me interessa il mondo com’è, non come mi piacerebbe che fosse”
    e allora non capisco perché tu debba scoprire se Dio esiste o no.. inebriati del mondo per com’è! E cioè con molte persone che Credono in Dio e molte che lo negano.
    Non mi esprimo sul “rasoio di Occam” in quanto per me è una clausola aggiunta per giustificare un comportamento, non mi piace la giustificazione. Se uno fa una cosa è perché si sente di farla in quel momento e deve essere conscio di quello a cui va incontro.

  26. admin

    @Mattia:
    A me non interessa inebriarmi del mondo. A me interessa conoscerlo. Mi guardo in giro e constato che milioni di persone ritengono che esista un’entità trascendente creatrice del cosmo e munita di alcune caratteristiche. Il fatto può interessarmi sotto due punti di vista: perché ci credono (oggetto della psicologia) e la fondatezza nei fatti di questa credenza (oggetto di un’indagine filosofica razionale). A me interessa soprattutto il secondo punto di vista. Lo approfondisco e concludo che questa convinzione, per quanto diffusa, è del tutto priva di fondamento. Ergo Dio non esiste, per i motivi che ho già esposto in lungo e in largo e che fra un po’ mi stuferò di ripetere.

    Sul rasoio di Occam è presto detto. Nel momento in cui lo rifiuti nell’indagine sulla realtà, apri la porta a infinite possibilità di esistenza di enti inutili. Per esempio, se credi in Dio perché te ne freghi del rasoio di Occam, perché non credi anche in Babbo Natale, la fatina dei denti, gli elfi dei boschi e i troll delle caverne? Tutte entità che godono di una vasta letteratura a fondamento della propria esistenza, che secondo alcuni sono state anche viste, che per altri ammantano di una piacevole aura poetica l’universo. Certo, nulla di ciò che sappiamo sull’universo ci impone di pensare che esistono. Insomma sono razionalmente, occamisticamente inutili. Ma tanto di Occam chi se ne frega, no?

    M.

  27. Mattia

    @admin Tu dici che Dio non esiste.. benissimo! Se ne sei convinto, hai la risposta alla tua domanda! Continuare a domandarsi su cose di cui si è convinto è un comportamento che mi porta a pensare che forse non ne sei così convinto come dici. Ma questo è il mio personalissimo parere.
    Per quanto riguarda Occam, dico solo che mi pare un ragionamento logico.. non credo serva il suo rasoio. Cioè se una cosa è verificata è chiaro che non ho bisogno di verifiche e ipotesi ulteriori. Ma se qualcosa è ancora poco chiaro oppure non convincere credo sia buona cosa continuare ad indagare. Non pensi?

  28. admin

    @Mattia:
    Continuare a interrogarsi sulle proprie convinzioni, rimettendole costantemente in discussione e confrontandole con le convinzioni altrui, è il fondamento della razionalità. Chi non mette in dubbio se stesso e le proprie idee è un fondamentalista.
    Quanto alle verifiche, sono sempre fondamentali. Sempre. Anche se ne hai già a strafottere. Perché la verità razionale è un work in progress, mai definitiva, sempre perfettibile, modificabile, sostituibile.
    M.

  29. Fabio

    “Continuare a interrogarsi sulle proprie convinzioni, rimettendole costantemente in discussione e confrontandole con le convinzioni altrui, è il fondamento della razionalità. Chi non mette in dubbio se stesso e le proprie idee è un fondamentalista. Chi non mette in dubbio se stesso e le proprie idee è un fondamentalista.”

    Credo che in queste due frasi ci sia la sintesi e la “barriera” -netta e ben riconoscibile- tra “credenti” (religiosi e non, perché mi sembra che esistano “credenti” anche in altri settori…. ) e “razionali”.
    Per inciso la scienza (con gli ENORMI miglioramenti da essa prodotta nella qualità/quantità della vita) fa proprio questo: rimette costantemente in discussione se stessa. Non mi pare che ciò avvenga in altri campi……..

  30. admin

    @Fabio:
    Soprattutto non avviene nel campo della religione. Il dogma è dogma, punto e basta.
    M.

  31. Stefano

    @everyone

    Chiedo, proprio perchè non sono uno scienziato e non sono un credente, e ho bisogno di chiarire alcune cose.

    Per intenderci: ho sempre creduto che la filosofia, in quanto “arte della domanda”, educasse l’animo allo scetticismo, all’indagine, alla curiosità, al prurito per la conoscenza. E, almeno per quanto mi riguarda, è successo esattamente così. Eppure, la storia è piena (anche quella recente) di filosofi profondamente credenti ma interessati comunque alla conoscenza e all’indagine.

    Può accadere anche allo scienziato? O davvero la scienza e la fede sono due linguaggi diversi? Uno scienziato può essere credente e comunque restare un buon scienziato?

  32. admin

    @Stefano:

    Prima riflessione
    Secondo me, dipende da che cosa intendi per “credente”.
    1.) Credente è chi ritiene che esista un’entità trascendente creatrice dell’universo. In questo caso sì, non vedo motivi di incompatibilità con le conoscenze acquisite dalla scienza. Uno scienziato può essere un credente.
    2.) Credente è chi crede nei dogmi di Santa Romana Chiesa. In questo caso no: troppe sono le incompatibilità, le incongruenze, le assurdità. I dogmi cattolici sono, per la scienza, colossali cretinate. Quindi no, uno scienziato non può essere un credente.

    Seconda riflessione
    Come tu giustamente scrivi e come qui si è già detto, la razionalità si fonda sull’indagine spietata, il dubbio, la critica anche e soprattutto nei riguardi delle verità emerse dala stessa indagine razionale. Così funziona la scienza. Tutt’altro è la fede, che invece si fonda sulla fiducia in una persona, un libro, un’istituzione, fino al punto di accettare Verità che, per definizione, sono prive di dimostrazione. Questo è un’approccio alla conoscenza totalmente differente e incompatibile con la razionalità. Quindi sì, la scienza e la fede sono linguaggi diversi. E aggiungo: incompatibili.

    I miei due cent.

    M.

  33. Der Pilger

    Articolo interessante.
    Rilevo prima di tutto che i 16 anni di molta gente sono cruciali: se un Dio esistesse dovrebbe abolirli e far passare le persone direttamente dai 15 ai 17 ;)

    Mi permetto qualche riflessione.
    Se si da’ una definizione di qualunque cosa non percepibile e si fa ruotare l’esistenza o la non esistenza di quella cosa alla sua definizione allora si entra nel labirinto della mente, dal quale non e’ detto che si esca. Basta cambiare la definizione per sollevarsi dal labirinto.
    Per esempio i primi cristiani, almeno fino al III secolo, non avevano
    la stessa definizione di Dio che abbiamo oggi. Quelli che ora chiamiamo “gnostici” in particolare avevano trovato un sistema ingegnoso per uscire dal paradosso di Sant’Agostino (“Si deus est, unde malum?”): avevano cambiato la definizione di Dio. Dio, il Dio giusto degli ebrei era per molte sette gnostiche un Dio inferiore e imperfetto, creatore di un mondo imperfetto. In sostanza secondo i primi cristiani Dio non era ne’ onnipotente e tantomeno benevolo. Il Vero Dio invece era oltre l’universo e sostanzialmente indifferente al destino dell’umanita’. In questo modo il mondo veniva visto come un banco di prova, una scuola o una prigione dalla quale si doveva sfuggire. Il male era dovuto al fatto stesso di essere intrappolati nella carne il senso della vita era prendere coscienza di essere in trappola e fare di tutto per fuggirne. Secondo i primi cristiani l’unico atto di pieta’ del Vero Dio era stato quello di inviare suo figlio, Gesu’ in Cristo, per mostrare la strada, la via di fuga a chi sentiva di non essere a casa propria nel mondo.
    Vero? Falso? Non si sa, pero’ si ammettera’ che la complessa teogonia gnostica ha molto piu’ senso dell’immaginarsi un Dio buono che ci lascia patire in questa cloaca per motivi misteriosi o per i nostri presunti peccati.
    Sto semplificando molto e me ne scuso, ma credo che il senso sia chiaro: nell’anno 2010 siamo a discutere dell’esistenza o inesistenza di un entita’ definita dalla setta dei cattolici.

    Dal punto di vista gnostico la posizione di “fideisti” e “atei” e’ sostanzialmente coincidente: entrambi non conoscono. Per questo motivo la dialettica avviene fra chi ha fede e chi non ce l’ha, entrambi sono fatti della stessa pasta, entrambi chiedono soccorso alla mente per giustificare un sentimento (per chi ha fede) o la sua assenza (per chi non ce l’ha). La *vera* incomunicabilita’ invece e’ fra gli gnostici “coloro che conoscono” e gli a-gnostici, sia fideisti che atei: ogni tentativo di comunicazione e’ destinato al fallimento.
    Nel linguaggio corrente il termine “agnostico” viene associato ad indifferente, ma non mi sembra corretto.
    In numerosissimi scritti di mistici, Dio viene paragonato ad un profumo, ad un sapore, vale a dire ad una esperienza in qualche modo sensoriale. Comunicare una esperienza sensoriale a chi non l’ha mai provata e’ impossibile e anche sostanzialmente inutile. Dimostrare l’esistenza del sapore di melone (o la sua inesistenza!) a chi non ha mai provato questo frutto e’ operazione sterile e destinata al fallimento.
    Cio’ che i mistici di tutti i tempi hanno fatto non e’ mai stato “convincere” qualcuno dell’esistenza di Dio (il sapore di melone) ma di condurre chi era animato da volonta’ a farne esperienza diretta.
    Concludo questo mio sproloquio con l’incipit dell’articolo, con le parole della suora di clausura che secondo me danno il senso di tutta la discussione intorno all’esistenza di Dio e che la concludono:
    “Per me l’esistenza di Dio non è un problema. Per me è un’esperienza”

    Gli uomini sulla terra si sono sempre divisi fra chi ha voluto e fatto questa esperienza e chi non l’ha voluto e non l’ha fatto.
    Grazie per l’attenzione.

  34. Giorgio

    Questo dibattuto, storia alla mano, potrebbe continuare ad libitum.
    Da quando l’uomo pensa (non esageriamo: da quando filosofa o filosofeggia) il problema dell’esistenza di Dio c’è sempre stato.
    Io, onestamente, ne ho un po’ pieni i cosiddetti.

    @Marco: per qual motivo, ordunque, Marce fili mi, il rasoio di Occam ti pare così fondamentale? Certo è comodo, ma è anche assolutamente necessario?
    Ti faccio, così per ridere, una proposta: per chi ha fede Dio c’è allo stesso titolo per il quale per te è assolutamente necessario il rasoio di Occam.
    Sull’indimostrabilità dell’inesistente abbiamo dibattuto altrove.

    Un ricordo personale. Una volta il prof. Amerio disse ad un mio compagno che tentò una dimostrazione dell’esistenza di Dio del tutto peregrina: “Tu ragioni così: i casi sono due. O Dio c’è o non c’è. Se c’è, c’è; se non c’è, öh, ma c’è!”
    Sì, Amerio era un tomista a tutto tondo…

  35. admin

    @Giorgio:
    In effetti il rasoio di Occam è un postulato. Come tale, può essere accusato di possedere una natura di dogma. Sicché l’ateo non crede in Dio ma crede nel rasoio di Occam, che è indimostrabile almeno quanto Dio.
    Buona obiezione.
    Allora facciamo così: niente rasoio di Occam. Osserviamo e studiamo il mondo facendone a meno. Mi sta bene. Però…
    …però attenzione: così facendo, spalanchiamo la porta a qualsiasi cosa. Davvero: qualsiasi cosa. Dalle fate dei boschi fino alla teiera di Russell, da Dio fino a Paperoga. A questo punto, se tutto è possibile perché rinunciamo a un principio di economia intellettuale, tutto può essere detto e nulla ha senso. Né ha senso studiare il mondo, giacchè è accettabile tutto e il contrario di tutto.
    Fate pure, ma io su questa strada non vi seguo.
    M.

  36. Giorgio

    La faccenda del rasoio di Occam mi solletica.
    Le formulazioni sono parecchie: ecco le più frequenti, secondo Wikipedia:

    1) A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire
    2) Non moltiplicare gli elementi più del necessario
    3) Non considerare la pluralità se non è necessario
    4) È inutile fare con più ciò che si può fare con meno

    Commento mio:
    ad 1): è cruciale il “preferire”. Secondo quale criterio di preferenza? Soggettivo dello scienziato? “Democraticamente” adottato dalla comunità scientifica? Altro? In sostanza, dice Guglielmo, applicate il mio rasoio secondo il caso, fate un po’ voi.

    ad 2) e 3): è cruciale il “necessario”. Qui la faccenda mi sembra chiara: qualora fosse necessario, moltiplicate pure e accettate la pluralità. Ai “progenitori” protone ed elettrone è seguita una numerosa stirpe di particelle, che erano necessarie per far quadrare certe equazioni. Ma era necessario. Poi i quark, poi le vibrazioni: sembra proprio che si stia ripercorrendo la stessa strada.

    ad 4): è cruciale l’ “inutile”. stessa domanda che ad 1). Inutile secondo quale criterio?

    Se ca%%eggio troppo, ditemelo. Resta il fatto che senza una “ragionevole” applicazione del rasoio, ci può stare anche Babbo Natale e, il che è peggio, Giacobbo. Quindi, quando facciamo scienza, ben venga e teniamocelo stretto (il rasoio, non Giacobbo).

    Visto che sono in fase graforroica, continuo.
    A me pare che la scienza cerchi di rispondere alla domanda “Come?”. Come è nato l’Universo? Come si nutre la E. coli?
    Ma io sono anche interessato (de gustibus…) alla domanda “Perché?”.
    Perché esiste l’Universo? Perché l’E. coli si nutre?
    Morto io, morti tutti, quindi: perché io vivo?
    “La vita non è altro che un’ombra vagante:
    [omissis]
    è un racconto recitato
    da un idiota
    gonfio di suono e di furia
    che non significa nulla.”
    scrive Shakespeare nel Macbeth.
    Bello, letterariamente parlando, ma mi auguro che la vita, la mia in particolare, sia qualcosa di più.
    E nella ricerca del “perché” è ancora applicabile il rasoio di Occam?

  37. admin

    @Giorgio:

    Il tuo intervento ha due risvolti, che vado ad affrontare separatamente.

    A) C’è in effetti un elemento di soggettività nel rasoio di Occam, laddove si tratta di stabilire quando un concetto o un’ipotesi è “inutile” o “necessario”. La tua obiezione è giusta. Ma attenzione: la verità razionale non è frutto solo di una riflessione individuale, ma collettiva. Emerge quindi dal confronto di molte opinioni, dalla doxa verso (asintoticamente) il logos. Mi spiego con un esempio… Secondo me l’ipotesi dell’esistenza di Dio è occamisticamente inutile. Dio, insomma, non è necessario. E’ solo l’opinione di Marco, soggettiva e opinabile? Giorgio ritiene invece che Dio sia necessario? Benissimo! Marco ascolterà gli argomenti di Giorgio e viceversa, confrontandosi entrambi sulla necessità o sull’inutilità di Dio, cercando ciascuno di smontare spietatamente gli argomenti dell’avversario ma nel contempo entrambi sempre aperti a cambiare idea, ad ammettere il proprio torto di fronte alle prove cogenti mostrate dall’avversario. Alla fine del confronto, Marco e Giorgio giungeranno a un conclusione comune: Dio è inutile oppure è necessario. Quando poi apparirà all’orizzonte Luigi, con una convinzione diversa, ci sarà un nuovo confronto e una nuova conclusione e così via…

    B) La domanda “Perché?”, come la presenti tu, non è chiarissima. Può infatti essere intesa in due modi.
    1.) “Perché?” causale. Per esempio: “Perché la Luna non esce dall’orbita terrestre?”. Risposta di Newton: perché risente della forza di attrazione gravitazionale indotta dalla Terra. Risposta (più moderna) di Einstein: perché risente della curvatura dello spaziotempo indotta dalla presenza della massa della Terra. Il “Perché?” causale è ampiamente e legittimamente oggetto di indagine scientifica.
    2.) “Perché?” teleologico. Per esempio: “Perché Marco stasera va al cinema?”. Risposta: perché vuole svagarsi dalle preoccupazioni quotidiane. Il “Perché?” teleologico evidenzia i fini, non le cause, e di conseguenza è espressione della dimensione della libertà individuale. Il “Perché?” teleologico è anche lui legittimamente oggetto di indagine scientifica? Dipende dalla risposta che dai alla annosa questione del libero arbitrio. Se ammetti l’esistenza del libero arbitrio allora no, il “Perché?” teleologico non è una domanda scientifica. Se invece non ammetti l’esistenza del libero arbitrio allora sì, anche il “Perché?” teleologico diventa oggetto di indagine scientifica. Quindi, per esempio, l’azione di Marco nell’andare al cinema si spiega con una serie di reazioni chimiche e correnti elettriche nel suo cervello, determinate dalla stanchezza prodotta dalle preoccupazioni quotidiane, a propria volta niente più che reazioni chimiche e correnti elettriche.
    Ora, la domanda “Perché?” si può applicare anche all’universo? Il “Perché?” causale certamente: l’universo è oggetto di indagine scientifica. Ahem… fino a un certo punto, però, perché a livello quantistico gli stessi concetti di causa ed effetto spariscono. Quanto al “Perché?” teleologico… beh, dipende se nell’universo o fuori da esso tu vedi una dimensione di libertà, cioè un’intenzione, un fine, uno scopo. Io sono ateo e questo scopo non ce lo vedo (nel senso occamistico che non ne percepisco la necessità). Per le verità nemmeno vedo la necessità del libero arbitrio individuale. Quindi per me le domande “Perché esiste l’universo?” e anche “Perché io vivo?”, interpretate in senso teleologico e finalistico, non hanno molto senso. Forse non ne hanno affatto. In conclusione, volendo essere coerenti con la settimana proposizione del “Tractatus” di Wittgenstein, poiché non si può parlarne sul “Perché?” teleologico bisogna tacere.

    M.

  38. Giorgio

    @M.
    Grazie. Ci penserò: per intanto mi sembra (mi sembra) di intravedere una petizione di principio.

    Gradirei altri interventi, fosse solo per non monopolizzare la discussione.

  39. Fabio

    x Giorgio.
    Dico subito che, per mentalità e professione sono un “tecnico” quindi mi trovo più a mio agio con formule, grafici e metodo scientifico.
    Il mio intervento solo per dire che la querelle sta diventando, a mio personalissimo parere, un pochino troppo filosofica. Niente contro la filosofia, ovviamente, ma si entra in un campo fortemente “dialettico”, con l’uso di termini dal significato molto “personale” (quindi necessità di definizioni sempre più complesse e articolate da chiarire ulteriormente, ecc.).
    La mia impressione (molto superficiale) è che si potrebbe finire per “avvitarsi” in ragionamenti “guardandosi l’ombelico”.
    Grazie e mi scuso per il linguaggio lezioso o, probabilmente, poco chiaro.

  40. gianni motetta

    Proprio per caso sono capitato qui, ed ho letto velocemente quasi tutto.
    Forse conosco “Giorgio” ( dato il suo modo di pensare e scrivere).
    Chiedo una cosa che mi pare di non aver letto tra tutti ( Giorgio a parte ..se lui …. è appunto lui ) e la sintetizzo in questo : ” Se noi sappiamo di esistere e di non essere in grado di auto costruirci, “chi” ci ha costruito?
    Chiedo questo perchè ho letto il “come” e non il “chi” ( Giorgio scarta il “chi” giustificandolo con un ” non ha senso” . Ciao a tutti 29-12-12 Gianni. anch’io sono e ragiono da tecnico )

  41. admin

    @Gianni:
    E perché mai dovrebbe esserci un “chi”?
    M.


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