Giustizia

ottobre 17th, 2010 — 2:33am

“Perché se lo merita”?

di Marco Cagnotti

La ragazza è stata assassinata e poi violentata (in quest’ordine). Lo zio confessa il delitto. Si scatenano le reazioni. Prevedibili e di pancia. Su Facebook si apre il gruppo “Lasciate lo zio di Sarah alla folla” (inutile cercarlo: adesso non c’è già più). Le opinioni spaziano dalla pena di morte al linciaggio, fino alla tortura, all’evirazione e alla sodomizzazione.

Inorriditi da tanta furia popolare, altri ricordano che viviamo pur sempre in uno Stato di diritto e che perciò bisogna “fare giustizia”. Ma che cos’è la giustizia? Affrontiamo il problema in maniera razionale, andiamo alle origini di tutto e facciamo un passo indietro.

Un passo molto lungo. Fino nella Preistoria. Una ragazza viene rapita, stuprata e uccisa. I genitori e alcuni membri del suo clan catturano l’assassino e lo linciano. Fine della vicenda. E’ giustizia, questa? No, è vendetta. Che non è (oggi lo sappiamo) una bella soluzione. Anzitutto è in balìa dell’arbitrio del singolo, che può imporre una punizione sproporzionata. Magari la morte per il furto di una mela. E poi la vendetta è irrazionale. La ragazza viene forse risuscitata dalla morte del proprio assassino? No di certo. La vendetta risponde solo a una pulsione primordiale e irrazionale degli esseri umani. Se il colpevole la passa liscia, chi osserva, specie se è stato toccato in prima persona, in qualche modo percepisce un rimescolamento interiore delle budella. E’ questo rimescolamento che spiega l’invocazione della morte e perfino della tortura per lo zio di Sarah Scazzi. Roba che neanche i Neanderthal.

Adesso compiamo un bel salto temporale e arriviamo a Hammurabi, creatore nel XVIII secolo a.C. del primo codice di diritto penale, civile e commerciale. Equo, per la verità, anche se oggi lo si ricorda come “legge del taglione”. Certo migliore dell’arbitrio soggettivo della vendetta. E’ la prima legge, elementare e rozza ma efficace. Oggi avremmo qualche difficoltà nel riconoscere la correttezza di quei processi, ma nel codice di Hammurabi c’è un embrione di giustizia.

Il primo embrione di giustizia. (Cortesia: Louvre/Jastrow)

Ultimo salto temporale: quasi 40 secoli. Oggi. Il tribunale nel quale si decide il destino dell’assassino della ragazza. Si applicano codici ponderosi e complessi. Lo scopo è sempre lo stesso: applicare la giustizia. Alla fine l’assassino subirà una pena. Di solito il carcere. Nei Paesi più incivili la morte. Manteniamo ora un approccio razionale e chiediamoci: “Perché quella pena?”.

La pena comminata al colpevole di un delitto ha tre scopi.

  • Anzitutto la società deve difendere sé stessa. Siccome è un rischio lasciare a piede libero un individuo potenzialmente ancora pericoloso, è necessario renderlo innocuo. Magari rinchiudendolo in un edificio, la prigione, dove sia controllato e reso incapace di danneggiare gli altri. Oppure sopprimendolo fisicamente: una soluzione senza dubbio efficace per quanto riguarda la difesa della società.
  • Poi c’è la deterrenza. Non ci si può aspettare che tutti i membri della società aderiscano ai più alti valori morali. Alcuni potrebbero essere tentati di commettere reati contro le persone e la proprietà. Come scoraggiarli? Spaventandoli con lo spauracchio della pena: “Se rubi, ti becchi la galera. Se ammazzi, finisci sulla sedia elettrica”. (E la pena di morte, sia detto per inciso, non rappresenta un deterrente particolarmente efficace.)
  • Da ultimo, il recupero: il condannato dev’essere posto in condizione di riflettere sulle proprie responsabilità, di comprendere i propri errori, di trarne le conseguenze e di iniziare un’esistenza nuova e migliore, dopo essere stato reinserito nel corpo sociale. (E la pena di morte, sia detto sempre per inciso, esclude ovviamente qualsiasi possibilità di recupero.)

E poi?

E poi basta. La pena, sia essa la prigione o la morte, non ha altro scopo. Non permette al colpevole di tornare indietro. Non gli consente di espiare alcunché. Non risarcisce la vittima. Non la riporta in vita, se è stata uccisa. Magari soddisfa le pulsioni primordiali e i contorcimenti di budella dei parenti. Ma, al di fuori dell’autodifesa della società, della deterrenza e del recupero, una pena non ha alcun altro scopo razionale. Insomma, se per assurdo ci fosse la garanzia assoluta di assenza di recidiva e di nessuna imitazione, un colpevole dovrebbe… beh, sì, dovrebbe essere lasciato libero.

La risposta “Perché se lo merita”, che aleggia nella mente di chi invoca la “giustizia”, in realtà la interpreta solo come una “vendetta di Stato”. Né più, né meno. Ed è una stronzata.

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Categoria: Doxa | Tags: 9 commenti »

9 Responses to “Giustizia”

  1. Mauro

    Devo essere sincero, fino al tuo “E poi?” sono anni che mi faccio (e cerco di fare agli altri) lo stesso identico ragionamento.

    Solo che alla domanda “E poi?” io ho sempre risposto con “E poi basta: autodifesa, deterrenza e soprattutto recupero; poi basta”.

    Il tuo “E poi basta” però va oltre, così oltre non mi ero mai azzardato. Il tuo ragionamento è estremamente interessante, così d’istinto non so se essere d’accordo o meno, ma è un qualcosa su cui ragionare, qualcosa che veramente dà da pensare.

    Grazie.

    Saluti,

    Mauro.

  2. admin

    @Mauro:
    Qualsiasi cosa faccia pensare, ovunque porti il pensiero, è cosa buona.
    M.

  3. Michele Diodati

    Personalmente aggiungerei al tuo elenco un quarto punto, che ha a che fare con quelli che hai chiamato “le pulsioni primordiali e i contorcimenti di budella dei parenti”. Il sentimento della vendetta, per quanto primordiale, è profondamente umano e influenza ancor oggi pesantemente ciò che potremmo definire, da amanti della scienza, l’equilibrio omeostatico del corpo sociale.

    Un assassinio come quello perpetrato dai Misseri su Sarah Scazzi, amplificato enormemente dai media, genera un sentimento sociale di ferita, che è ormai pubblico, non solo dei parenti stretti. La “gente” (non mi viene un termine migliore) percepisce che l’equilibrio è stato rotto dall’assassinio e vuole che quell’equilibrio sia ripristinato: la sofferenza del colpevole è il mezzo che serve per ripristinare l’equilibrio. La civiltà giuridica di un popolo, sublimata nell’ambizioso uso della parola “giustizia”, sta, a mio modesto avviso, nella capacità di incanalare il desiderio di vendetta dei parenti e del corpo sociale (ovvero – nei termini della legge del taglione – di veder riequilibrata la ferita subita con un’azione di uguale entità diretta contro l’aggressore) verso una pena che sia afflittiva ma non esagerata e, allo stesso tempo, possibilmente rieducativa, tenendo nel debito conto la eventuale perdurante pericolosità sociale del reo.

  4. Taifu

    Sono d’accordo. Chiaramente la mancanza di imitazione in assenza di pensa è pura utopia, ma per amore di ragionamento è come dici tu.
    In italia, poi, il problema dell’imitazione è aggravato da questo:
    http://www.demos.it/a00508.php
    Gli ultimi due grafici, che indicano il numero di episodi di criminalità
    ai tg europei in prima serata sono indicativi: se vuoi i tuoi 5 minuti di celebrità, vai in metrò e spari a qualche persona.
    E così l’informazione può continuare a nascondere i veri problemi.

  5. Luca

    Sono d’accordo al 100%.

    L’inesistenza della vendetta di stato e’ esattamente quello che distingue una societa’ civile da un branco di individui.

    Personalmente (ma molto personalmente) poi penso che tale discorso possa venir meno a livello personale, affrontando poi tutte le conseguenze del caso. Mi spiego, a livello personale non mi sentirei di condannare un padre che ammazza l’assassino della figlia, trovo giusto che lo si condanni a livello di societa’.

  6. admin

    @Luca:
    “A livello personale” introduce un elemento di soggettività non giustificabile razionalmente. E, se ammetti l’irrazionalità come possibile metro di misura, allora arrivi a poter giustificare qualsiasi cosa.
    L’organizzazione della società dev’essere fondata sulla razionalità.
    M.

  7. Giorgio

    Ho guardato il video:
    - la fantasia nell’immaginare morti è piuttosto … sbrigliata, ma l’umanità ha immaginato di peggio;
    - i volti che vi appaiono sono di chi ha scritto quanto si sente?
    - un tizio propone “io lo farei sodomizzare ecc.”. La cosa è interessante: perché non si propone come sodomizzatore?

    Per il resto d’accordo con le tesi di Marco, diciamo al 97%.
    Aggiungo che la mediatizzazione del fatto è stata atroce.
    Nel nostro piccolo, d’altronde, la RSI ha mostrato più cartelloni “balairatt” più di quanto se ne siano visti nelle strade.

  8. alberto

    all’orrore dell’omicidio per così bassi motivi ed all’assoluta incomprensione del gesto successivo, alla incredibile voglia di apparire in TV per essere protagonista (ma che anima devi avere per reggere così a lungo?), si aggiunge il pellegrinaggio di domenica scorsa….2000 autoveicoli sono arrivati al Centro Commerciale dell’orrore in saldo…..mamme, nonne, nipotini, capifamiglia…tutti in fila senza un filo di pudore per un pò di sana morbosità a gratis….. che povero paese siamo diventati…..scusatemi sarò anche razzista ….però….

  9. admin

    @Giorgio:
    I volti che appaiono sono quelli di chi ha scritto i testi associati. Volti e testi sono tratti dal gruppo di Facebook citato. Le voci, ovviamente, sono sintetiche.
    M.


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