De profundis per il giornale

novembre 2nd, 2010 — 3:00am

Ma il giornalismo è vivo e lotta con noi

di Marco Cagnotti

“Ah, signora mia, la carta! La carta non morirà mai! Io al piacere del giornale di carta proprio non ci rinuncio. La carta è un’altra cosa!”. Segue, rivolto all’interlocutore, uno sguardo di compatimento nella migliore delle ipotesi e di disgusto nella peggiore: compatimento e disgusto verso i barbari moderni, i seguaci del digitale, ormai incapaci di apprezzare le sane, buone, care vecchie abitudini di una volta. Come la carta, appunto. Brutta gente, quella lì. Gente che legge il giornale (sempre ammesso che lo legga, eh!) sul computer, o perfino sul telefonino, o magari su quei cosi nuovi… come si chiamano?… iPod, iPad, iCoso… insomma quella roba lì. No no no… vuoi mettere il rito quotidiano del giornale davanti a cappuccino e brioche?

Se faccio notare che la realtà sta cambiando e c’è il problema dei costi, della rapidità della distribuzione, della flessibilità, allora lo sguardo passa dal compatimento alla superiorità e arriva la risposta definitiva, assoluta e senza ammissione di repliche: “Sì, ma la carta non morirà mai! Anche la televisione doveva uccidere la radio. E la radio doveva uccidere i giornali. E invece sono ancora tutti lì, vivi e vegeti e complementari. Internet si aggiungerà e basta”. Ora, siccome questa è una minchiata sesquipedale, è il caso di fare il punto con un briciolo di razionalità.

La rivoluzione digitale

La radice di tutto sta in una transizione epocale (e non è un’iperbole, perché siamo proprio alla vigilia del cambiamento di un’epoca): dagli atomi ai bit. Grazie alla produzione e alla distribuzione in forma digitale, l’informazione si è emancipata dal supporto materiale al quale era rimasta legata per secoli, dalle tavolette d’argilla sumere fino alla carta da giornale. Anzitutto bisognava usare la materia per fissare l’informazione: materia sempre nuova per informazione sempre nuova. Subito dopo era necessario trasportarla da qui, dove veniva prodotta, a lì, dove veniva consumata. Finché, negli ultimi 20 anni del XX secolo, sono arrivati dapprima i computer per le masse e poi Internet.

Tutti editori di se stessi

L’informazione si è dematerializzata, con innumerevoli vantaggi sia per chi la produce sia per chi la consuma, in termini di velocità, di flessibilità e di economicità. Come conseguenza, la stampa tradizionale, non troppo in forma già per conto suo, ha cominciato a peggiorare: le copie vendute e i lettori sono calati inesorabilmente.

Non solo: il crollo dei costi di produzione e di distribuzione ha messo la possibilità di comunicare su scala universale nelle mani di tutti. Aprire un sito Web nel quale depositare articoli, saggi, racconti, romanzi, poesie e poi anche musica, immagini, filmati è un’operazione alla portata di chiunque, con un pubblico potenziale di centinaia di milioni di persone e senza alcun filtro imposto dai tagli e dalle censure di una redazione. Tutti possono diventare editori di se stessi. Viva la democrazia!

Peccato solo per un piccolo problema: nel casino, non si capisce più niente. Soprattutto non si capisce chi meriti davvero di essere ascoltato.

Nella cacofonia, le redazioni sopravvivono

Il Novecento è stato il secolo delle Masse e della Tecnica. Internet ne rappresenta l’apoteosi. Risultato: tutti parlano e nella cacofonia generale, nel sovraccarico di informazione, è quasi impossibile raccapezzarsi senza una guida. Ebbene, proprio per questo ruolo tuttora necessario di guida, garantito da una certa autorevolezza acquisita in passato, hanno continuato a sopravvivere le redazioni dei giornali: il resoconto di un fatto in un blog sconosciuto non possiede la stessa credibilità di un articolo pubblicato dal sito di un importante quotidiano. O no?

‘nzomma… A leggere certe boiate clamorose pubblicate dai giornali c’è da dubitarne. Ma non sottilizziamo: la professionalità di un giornalista sottintende (si spera) lo scrupolo, il rigore, l’accuratezza, il controllo, ma anche l’esperienza e il fiuto nel valutare la notiziabilità dei fatti per stabilire una gerarchia razionale nella pubblicazione. Se poi non è sempre così… è per colpa di qualche mela marcia, suvvia. Facciamo finta di crederci e proseguiamo.

Gli Anni Zero: il social

Se gli Anni Novanta sono stati il decennio della scoperta della Rete da parte delle masse, gli Anni Zero sono stati dominati dal fenomeno social: tutti ad aprire blog, a pubblicare su YouTube, a cercare collegamenti dentro Facebook o Twitter. Una sbornia collettiva di pensieri in libertà, foto di vacanze, filmini autoprodotti. Non tutto è ciarpame: molti blog sono mantenuti con una notevole professionalità e i social network si sono dimostrati preziosi in parecchie occasioni come strumenti di informazione liberi e indipendenti. Tanto da indurre a pensare al citizen journalism: l’informazione dal basso, spontanea, prodotta dai cittadini per i cittadini. Eppure era pur sempre informazione bloccata sulle scrivanie o al massimo sul divano, perché distribuita attraverso i computer.

Gli Anni Dieci: il mobile

Ma ecco profilarsi all’orizzonte un nuovo mutamento: gli Anni Dieci, l’epoca del mobile. Grazie agli smartphone e, negli ultimi mesi, ai tablet, Internet è entrata nelle tasche delle persone, in grado oggi di portarsi in giro la connessione permanente alla Rete. Il blog, il social network, il sito Web del giornale sono fruibili in qualsiasi momento, con continuità. Così sono cambiate alla radice le gerarchie decisionali: è diminuito il potere di chi produce l’informazione e si è ampliato quello di chi la distribuisce e, soprattutto, di chi la consuma. Ciascuno, potendo pescare ciò che vuole da dove vuole, diventa il caporedattore di se stesso e può decidere tempi e modi e forme della fruizione. Sicché ora l’informazione digitale è davvero libera. E sta per ammazzare la carta.

Vecchi e nuovi media, insieme

Negli Anni Sessanta, quando la televisione arrivò in tutte le case, qualche sciocco predisse la morte sia della radio sia dei giornali. Troppo coinvolgente, quindi troppo superiore: non ci sarebbe stata concorrenza possibile. Così dicevano.

Come sappiamo, niente di tutto ciò è accaduto: televisione, radio e giornali, media diversi per il modo in cui vengono usati, hanno finito per convivere. La radio, per esempio, è viva e vegeta e compete benissimo con la televisione. Infatti lascia libera l’attenzione e può essere ascoltata mentre si guida, si cucina, si stira, si fanno le pulizie. La televisione ti coinvolge e ti dà di più, ma perfino troppo: è totalizzante e ti impone di concentrarti. Ergo, tutti i media vivono insieme.

La settimanalizzazione

L’arrivo dei nuovi media non ha ucciso quelli vecchi, però ha imposto loro dei cambiamenti non indolori. Fino agli Anni Sessanta, le notizie di attualità arrivavano ai cittadini soprattutto dai quotidiani. La televisione li ha spiazzati. Perché gli eventi dell’attualità tu non li leggevi la mattina sul tuo quotidiano, ma li sapevi la sera prima dal telegiornale, dopo cena. Con l’eccezione delle notizie spicciole di cronaca, sport, cultura e spettacoli, il quotidiano non era più la fonte privilegiata di informazioni sull’attualità nuda e cruda, cioè sui fatti. E allora? Allora il quotidiano ha subito una trasformazione battezzata, giustamente, settimanalizzazione, perché ha acquisito le peculiarità dei settimanali: meno fatti ma più inchieste, approfondimenti, commenti di opinionisti autorevoli, interviste a esperti, infografiche esplicative. Insomma tutti quei contenuti non sintetizzabili nei tre minuti del servizio di un telegiornale. Adesso però è arrivata Internet e il panorama è cambiato ancora.

Internet ha fregato i TG

L’informazione on line ha fregato i telegiornali esattamente come i telegiornali avevano fregato i quotidiani: le news del TG serale non sono più una novità per te, perché sui fatti ti sei già informato durante il giorno grazie a Internet. L’ultimo attentato in Iraq? Lo conosci già. La bestemmia di Berlusconi? Già vista su YouTube alle tre del pomeriggio. Le Borse crollano? Grazie, lo sai da stamattina. Per finire, il telegiornale non ti dice niente di nuovo. Come potrà competere, allora?

Probabilmente il TG smetterà di essere legato alla strettissima attualità e passerà pure lui all’approfondimento. Si settimanalizzerà e diventerà una specie di piccolo documentario. Le prime avvisaglie ci sono già. Enrico Mentana, per esempio, ha dedicato un’intera edizione del proprio telegiornale serale su La7 a un unico fatto: il discorso di Gianfranco Fini a Mirabello. Con commenti e approfondimenti. E tutte le altre notizie del giorno? Niente: non ce n’era traccia.

E la carta?

A quel punto, spiazzato di nuovo dal TG di approfondimento, quale spazio rimarrà al giornale cartaceo tradizionale? Ben poco. Produrlo e distribuirlo costerà sempre molto. La pubblicità sarà sempre soggetta alle intemperanze ballerine dell’economia. I lettori non smetteranno di calare. Adesso arrivano pure i tablet e parecchia gente preferisce leggere a monitor. Il declino sarà inevitabile. Checché sostenga la ridicola Print Power, struttura nata per difendere e promuovere la comunicazione su carta, quando pubblica sui giornali enormi inserzioni. Ma poi, se vuoi scoprire i punti di forza della carta, Print Power ti rimanda a… www.printpower.eu. Alla faccia della coerenza.

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Arriva prima, costa meno, non danneggia l’ambiente

Prendiamo il caso di un giornale quotidiano al quale sono abbonato: il “Corriere del Ticino” (fra l’altro, una delle testate per le quali lavoro). A casa mia l’edizione cartacea non arriva mai prima delle 11 del mattino, perché questi sono i tempi di distribuzione della posta. Ma appena sveglio, già alle 6, mi posso leggere tutto il giornale grazie all’iPad, mentre sorseggio il mio caffè mattutino comodamente stravaccato in poltrona. Inoltre l’abbonamento alla sola edizione digitale costa poco più della metà. Oppure consideriamo il settimanale “Internazionale”. Il prezzo di copertina è di 3 euro: fanno circa 150 euro all’anno. Esce il venerdì, ma prima del lunedì non riesco mai ad averlo su carta. Invece l’abbonamento all’edizione digitale in formato PDF mi costa 60 euro e la scarico il giovedì sera, appena esce. E la stessa cosa vale per quasi tutte le testate di riferimento per il mio lavoro: “Science”, “Nature”, “New Scientist” sono tutte disponibili in digitale e costano meno. A questo punto che cosa diavolo me ne faccio della carta, oltretutto massacratrice di migliaia di piante e destinata a finire tutta riciclata?

Il medium è lo stesso, cambia solo il supporto

“Eeehhh… ma la carta è un’altra cosa!”. Sì, certo, è un’altra cosa: costa, è scomoda, arriva tardi, danneggia l’ambiente. E no, non riuscirà a convivere con l’informazione digitale. Non siamo di fronte allo stesso fenomeno della televisione accanto alla radio e della radio accanto ai giornali e tutti vivono insieme felici e complementari. Quelli sono media differenti con usi differenti. Qui, nel confronto fra carta e digitale, siamo di fronte allo stesso medium: la parola scritta. Cambia soltanto il supporto: da una parte la materia, pesante, ingombrante, costosa e in ultima analisi scomoda, e dall’altra i bit, economici, leggeri e flessibili.

Quelli che “la carta è un’altra cosa” quasi sempre nemmeno conoscono ciò di cui parlano: l’informazione digitale o proprio non l’hanno sperimentata o, se l’hanno fatto, si sono limitati a pochi minuti di navigazione con espressione schifata, influenzati dal pregiudizio secondo il quale, appunto, “la carta è un’altra cosa”. A prescindere. Se indaghi un po’ in profondità, al massimo ti senti rispondere: “E’ più leggibile”. E sai che c’è? Sono balle: come ben sa qualsiasi early adopter, è solo questione di abitudine. Di fatto tutti, fra le mie conoscenze, dopo un paio di giorni di uso delle edizioni digitali dei giornali si sono convertiti e adesso non le mollano più. Grazie ai tablet, non c’è più nemmeno la seccatura della necessità di stare per forza alla scrivania o col peso del laptop sulle ginocchia.

Come ai tempi di Gutenberg

Il confronto con l’arrivo della radio e della televisione è del tutto fuori luogo. Invece la transizione è assai più simile a quella dalla scrittura degli amanuensi alla stampa a caratteri mobili di Gutenberg. Oh, certo, i primi torchi da stampa non potevano riprodurre le straordinarie miniature dipinte a mano. Vuoi mettere? Pare di sentirli: “L’arte degli amanuensi non morirà mai! Signora mia, io alle miniature proprio non ci rinuncio”. E invece… ciao ciao, amanuensi, uccisi dalla stampa a caratteri mobili. Oppure vogliamo riflettere sul destino del disco di vinile confrontato con il CD, a propria volta messo in crisi dai negozi virtuali di musica come l’iTunes Store? S’è visto com’è andata a finire. E come andrà sempre a finire, quando il medium non cambia ma solo il supporto diventa migliore: più veloce, comodo, flessibile, economico.

In futuro, un prodotto di nicchia

Dunque non c’è scampo: la carta è moribonda. E’ solo questione di tempo, poi si ridurrà a poca cosa. E diciamolo subito: no, non defungerà mai del tutto. Anche nel 2100 esisteranno ancora pubblicazioni cartacee. Ma saranno prodotti di nicchia, su carta di altissima qualità, magari lavorata in rilievo, frutto di un’arte grafica eccezionale, vere e proprie piccole opere d’arte per estimatori del genere. Così come tuttora qualche sparuto amanuense riesce a piazzare i propri sofisticatissimi prodotti e qualche copia in vinile viene prodotta per la gioia di pochi appassionati.

Diciamo 20 anni

Però fra… azzardiamo una previsione e diciamo 20 anni, va’… la distribuzione su grande scala dell’informazione, e soprattutto dell’informazione usa-e-getta come quella dei giornali, sarà esclusivamente digitale. Diverso sarà il destino del libro, per il quale è ancora elevato il valore simbolico e sentimentale dell’oggetto fisico, destinato a essere conservato e a far bella mostra di sé in biblioteca, dove “fa tanto intellettuale”. Invece, lo sappiamo bene, le vecchie copie del quotidiano o del periodico finiscono dritte nella cassetta del riciclaggio. D’altronde anche il collezionista più geloso delle proprie annate di riviste capisce al volo quanto più comodi siano migliaia di file in un computer, confrontati con decine di raccoglitori polverosi in cantina.

Come dici? 20 anni sono troppo pochi? La tecnologia non corre così in fretta? Fra due decenni ci saranno ancora i giornali di carta? Ti rispondo con un esempio. Nel 1987 il telefono portatile di Gordon Gekko era il confine estremo della tecnologia di consumo, a disposizione solo dei ricchi a strafottere. Adesso ficcati una mano in tasca e prendi il tuo piattissimo smartphone, con cui attraverso la Rete frughi in tutto lo scibile umano, smaltisci la posta elettronica, leggi le news, ascolti musica e vedi film, fai videoconferenze e hai a disposizione la potenza di calcolo di un vero computer. Poi fa’ il confronto. 23 anni: riflettici.

In mezzo ci sono 23 anni: riflettici, prima di dire che fra 20 anni leggeremo ancora il giornale di carta.

Giornale? Rivista?

In conclusione, il passaggio dalla carta al digitale sarà inevitabile grazie alla diffusione su vasta scala di reader finalmente economici ed efficienti. Ma come sarà? E, soprattutto, esisteranno ancora i concetti di “giornale” e di “rivista” così come oggi li intendiamo?

I vantaggi per gli editori

Nella transizione dalla materia ai bit, dalla carta al digitale, gli editori tradizionali hanno subito visto una straordinaria possibilità. Infatti potevano essere eliminati d’un botto i costi enormi della produzione delle testate tradizionali. La carta? Non serve più. La stampa? Nemmeno, com’è ovvio. E neppure la distribuzione: tanto le notizie e gli approfondimenti e i commenti in digitale i lettori se li vengono a cercare da soli, a costo zero. Serve un po’ di larghezza di banda, ma il suo prezzo negli ultimi anni è sceso e continuerà a farlo. Riprendiamo un caso concreto: sempre quello del “Corriere del Ticino”. Per l’abbonamento all’edizione cartacea l’editore ti chiede 290 franchi all’anno. In cambio ti dà un fascicolo cartaceo che dev’essere prodotto, stampato e portato fino a casa tua 6 giorni su 7. Invece per l’abbonamento all’edizione digitale l’editore vuole 160 franchi. E sì, ce ne rimette 130. Ma in cambio che cosa ti dà? Una password e nient’altro. Un bell’affare, no?

Fare a meno dei giornalisti?

Di fronte a questo straordinario risparmio è tutto risolto, quindi? Per niente. C’è ancora un costo inevitabile: la manodopera. Eh, già, perché qualcuno quei contenuti dovrà pur produrli. Finché non saranno sostituiti da Intelligenze Artificiali (notoriamente prive di famiglie da mantenere e di rate del mutuo da pagare), i giornalisti saranno sempre indispensabili. E bisognerà pagarli, ché non vivono mica d’aria. Ma non c’era il citizen journalism?

Il fallimento del citizen

In realtà nessuna forma di giornalismo partecipativo dal basso è mai decollata abbastanza da diventare competitiva con una redazione tradizionale, garante (in teoria) di professionalità e controllo e senso della notizia. Il citizen journalism va bene per i piccoli eventi, le denunce locali, la cronaca spicciola. Viene buono anche per il viral marketing dei prodotti e per la democrazia partecipativa su scala locale, grazie ad alcuni interessanti esperimenti di social networking come Terramatta. Ma l’approfondimento è tutta un’altra cosa: per produrre contenuti di qualità serve una professionalità fuori dalla portata del citizen.

Come ci guadagno?

In conclusione, se il giornale è moribondo, in compenso il giornalismo è arzillo e pimpante. Però costa. Ergo, confrontati pur sempre con le spese per la manodopera, gli editori non hanno mai smesso di porsi la domanda comune a qualsiasi imprenditore: come ci guadagno? Le fonti possibili on line sono due: la pubblicità e i lettori paganti. Ci si può affidare esclusivamente a una delle due oppure seguire una via mista. Tutte le soluzioni presentano vantaggi e svantaggi.

Le gioie e i dolori della pubblicità

La pubblicità è la fonte di guadagno più semplice e più antica, fin dai tempi delle réclame delle virtù erotiche delle puttane, affrescate sui muri dei postriboli pompeiani. Ma, grazie a Internet e al possibile feedback con il target, è cresciuto anche il potere dell’inserzionista. Il quale non si accontenta più di pubblicare un banner: esige pure i clic dei visitatori, altrimenti non paga il sito ospitante. Chiamalo scemo… Ora, sii onesto: quante volte tu clicchi sui banner pubblicitari? Praticamente mai. Perciò le entrate pubblicitarie da Internet sono miserine.

Non solo: da sempre la pubblicità è un padrone occulto per qualsiasi giornale, capace anche di orientare e condizionare le scelte editoriali. Gli esempi sono innumerevoli nella storia del giornalismo. Uno recente: la cancellazione della pubblicità di Enel da “il Fatto” dopo un articolo fortemente critico sul piazzamento di titoli azionari di Enel Green Power.

Da ultimo, le crisi economiche dell’inizio e della fine degli Anni Dieci hanno ridotto gli investimenti pubblicitari, sia sulla carta sia nell’on line.

Nondimeno la pubblicità come fonte unica di guadagno è stata finora una scelta comune a molti editori. Conseguenza: il pubblico si è abituato a godere gratuitamente dell’informazione.

Pagare: ma ne vale la pena?

Poi c’è il lettore pagante. Specie rarissima: quasi tutti sono avvezzi a fruire dell’informazione on line senza scucire un soldo. Se il mio quotidiano di riferimento decide di farmi pagare per leggere i suoi articoli nel Web, io non ci penso due volte: lo tolgo dai bookmark e al suo posto metto il suo concorrente diretto, dal quale leggo gratis.

E poi diciamocelo: chi sarebbe disposto a spendere anche solo pochi centesimi per quanto le grandi testate ci ammanniscono oggi? Beghe politiche da Basso Impero, gossip sulle telemignotte e i calciatori, boxini morbosi pieni di tette e culi, lanci di agenzia copincollati senza uno straccio di verifica, bufale propalate come se fossero fatti: tutta spazzatura informativa per la quale nessuna persona di buon senso sarebbe disposta a scucire un centesimo.

Eppure la via dei lettori paganti non è impossibile. Fior di testate ci campano. Come fanno? Semplice: garantiscono il valore aggiunto di contenuti autorevoli e di qualità. Un esempio: il “Wall Street Journal”. Tanto è prezioso quanto ha da raccontarmi, che io sono disposto a pagare per averlo. E centinaia di migliaia di persone lo fanno con me.

Mezzo free e mezzo premium

In mezzo, fra “solo pubblicità” e “solo lettori paganti”, c’è una grande varietà di soluzioni intermedie. Va per la maggiore il modello di business freemium: una parte dei contenuti gratuiti (free) e un’altra parte a pagamento (premium).

Tipicamente i contenuti gratis sono costituiti dall’informazione veloce sulla cronaca spicciola. Il vantaggio è chiaro: si pesca direttamente dalle agenzie e, con un minimo di verifica e qualche fronzolo supplementare come la foto particolare o il filmato sfizioso, si ripubblica tale e quale. Bisogna solo assumere qualcuno per fare questo lavoro di (quasi) copincolla. In questo momento la quasi totalità dell’informazione on line dei giornali è fatta così. E ha fregato i telegiornali, come abbiamo visto.

In compenso con la soluzione freemium sono a pagamento tutti gli approfondimenti: l’inchiesta, la contestualizzazione, il commento autorevole, l’intervista all’esperto, il confronto argomentato fra tesi contrapposte, la recensione del libro o del film o del concerto, l’infografica interattiva, i video e le immagini originali e spettacolari. Tutto questo si paga o si pagherà presto, perché il lettore dovrà ficcarselo in testa: la professionalità ha un prezzo e anche i giornalisti devono campare. Non vuoi pagare? Ok, però allora ti devi accontentare di informazione superficiale o di pattume. Se vuoi la qualità, devi scucire qualcosa.

“Chi siete? Cosa portate? Sì, ma quanti siete? Un fiorino!”

Ma pagare… quanto? Anche qui le possibilità sono innumerevoli. Per esempio, paghi 2 euro e compri tutto il giornale, cioè tutto il contenuto premium. Ne paghi 10 e compri le sette edizioni di una settimana. Ne paghi 30 e compri le 30 edizioni di un mese. Parecchie testate fanno già così, ma il sistema stenta a decollare. Infatti 30 euro, ma anche 10 e perfino 2 sono ancora troppi per il lettore quadratico medio. 2 euro per il giornale? Avrà anche tutto l’approfondimento… ma, diamine, tanto della cultura non ti frega niente e l’economia a malapena la sfogli e piuttosto ti concentri sullo sport (o qualsiasi altra combinazione possibile: non cambia niente). Più promettente è invece la vendita dei singoli articoli e servizi, magari per pochi centesimi: così li compri solo se davvero ti interessano. Il problema, in questo momento, è la scarsa praticabilità di questa forma di nanopagamenti, perché sono eccessive le spese amministrative.

La domanda fondamentale

A questo punto, tuttavia, emerge spontaneo un dubbio: sul lungo termine, avrà ancora senso il concetto stesso di “giornale”? Parliamone. Perché qui sta davvero il futuro.

Adesso un redattore scrive il proprio servizio, lo corregge, controlla le fonti, effettua qualche verifica, cerca l’apparato iconografico per illustrarlo, lo titola e alle 3 del pomeriggio ha finito. Il servizio viene depositato sul server dell’editore. Se si tratta di un quotidiano, finirà nelle mani del lettore, in forma cartacea o digitale, l’indomani mattina. Se invece è un settimanale, dopo qualche giorno.

E veniamo ora alla domanda assolutamente fondamentale, sulla quale gli editori dovrebbero fermarsi a riflettere con estrema attenzione.

In un mondo nel quale la diffusione è quasi del tutto digitale (ed è il mondo fra 20 anni), che cosa impedisce a me, redattore o collaboratore della testata, di cliccare su “Pubblica” e rendere così il mio servizio disponibile ai lettori subito, immediatamente, senza ulteriori attese?

Perché dovrei per forza aspettare, l’indomani o alcuni giorni dopo, l’uscita di un prodotto editoriale unico e collettivo? Clicco, pubblico e via, diamine!

Battaglie di retroguardia

Se questa diventerà la prassi, allora il giornale è morto. Non il giornale come prodotto cartaceo (ché quello, ormai, come abbiamo visto…), ma il giornale come concetto di prodotto editoriale frutto di un lavoro collettivo, con un’uscita programmata, precisa e periodica.

E’ una battaglia di retroguardia il tentativo delle testate cartacee tradizionali di diventare prodotti digitali per le nuove forme dell’hardware, come le applicazioni per iPhone e per iPad ora sbandierate dagli editori quale dimostrazione che “noi siamo moderni e ci adeguiamo alle nuove tecnologie”. Perfino un esperimento editoriale straordinariamente bello ed efficace, sul piano della forma, dei contenuti e della commistione di media differenti, come “la vita nòva” de “Il Sole 24 Ore”, nella sua periodicità è nato già vecchio. E no, non ha ragione Steve Jobs, quando cerca di far passare il messaggio che il giornale del futuro è un’applicazione per il suo (o di altre marche) tablet. Questo è sempre lo stesso modello, vecchio e stravisto: il giornale chiuso e periodico. Jobs avrebbe fatto meglio a inventarsi un iTunes Store per la distribuzione in tempo reale di singoli articoli gratis o a un prezzo irrisorio.

Perché tu, lettore, la notizia con tutti gli approfondimenti di contorno la vuoi subito, appena il servizio è confezionato. Non ti girano i coglioni nel pensare agli articoli del tuo quotidiano o del tuo settimanale preferito fermi per ore o per giorni nei server dell’editore, quando con un clic tu potresti averli appena pronti e confezionati, magari anche subito?

Qualcuno già ci prova

Gli esempi ci sono già: “il Post”, tanto per dire, o l’appena inaugurato “Lettera 43″, ispirati (con le dovute differenze) ai modelli statunitensi di “The Huffington Post” e “The Daily Beast”. Prodotti da redazioni di giornalisti professionisti, pubblicano con continuità e offrono la notizia e l’approfondimento aggiungendo filmati e link e affiancando la comodità di un motore di ricerca interno: tutti servizi impossibili per un prodotto cartaceo. E sono differenti dai siti Web già offerti dalle testate tradizionali.

WebJournal e WebPlus

Consideriamo ancora il “Corriere del Ticino”. Il suo sito Web offre un flusso continuo di news sull’attualità, il WebJournal, curate da una redazione ad hoc e tratte dalle notizie di agenzia. Spesso vi si trovano anche articoli tratti dal giornale cartaceo… ma evidentemente non l’edizione completa. Perché il core business è e rimane pur sempre la carta, della quale il Web è un’appendice e uno strumento di lancio (“Vuoi saperne di più? Leggilo sul giornale di domani!”).

Eppure anche il “Corriere del Ticino” si sta preparando al futuro, con la sezione WebPlus dedicata all’approfondimento. E’ ragionevole attendersi un’espansione di questo spazio, potenzialmente capace di accogliere anche quei contenuti ora ospitati dall’edizione cartacea del giornale.

Flusso informativo

Ci troviamo dunque di fronte a esempi di augmented media ruotanti intorno alla parola scritta. Per il momento sono gratuiti e mantenuti (si fa per dire) dalla pubblicità ma, se le inserzioni pubblicitarie non dovessero essere sufficienti, alla lunga dovranno optare anche loro per una versione freemium.

Insieme alla periodicità, sparisce la distinzione fra quotidiano, settimanale e mensile. Al suo posto emerge invece un flusso informativo continuo di news gratuite per tutti e, in futuro, di ricchi approfondimenti solo per i lettori paganti (magari poco, ma paganti). Il flusso verrà consultato visitando il sito della testata oppure (meglio ancora) con un aggregatore di feed RSS (uno strumento preziosissimo ma ancora poco conosciuto e usato).

Cambiamenti…

Com’è ovvio, non sarà una trasformazione né semplice né indolore. Prassi ormai consolidate sia nella produzione sia nel consumo cambieranno. L’inerzia è tanta.

…nelle redazioni…

All’interno delle redazioni le resistenze si fanno palpabili. Lo dimostra, per esempio, lo scontro interno al “Corriere della Sera” sfociato nella lettera di Ferruccio De Bortoli alla redazione. Dove sono consolidati i privilegi di casta e sono scarse la flessibilità e la capacità di rimettersi in gioco per acquisire competenze nuove e differenti ritmi di lavoro, i giornalisti fanno fatica a cambiare il proprio modus operandi per adeguarlo al nuovo mondo in cui il giornale è stato sostituito dal flusso informativo. Ma così va il mondo e, darwinianamente, chi non si adatta si estingue.

…e fra i lettori

Ma anche il lettore sta modificando le proprie abitudini, consultando di frequente il Web sul computer, sul tablet o sullo smartphone, magari in ufficio nelle pause fra una pratica e l’altra oppure sull’autobus nel tragitto fra la casa e il luogo di lavoro, per conoscere le ultime news o per vedere il filmato di attualità (che poi il telegiornale cercherà di propinargli ancora, la sera dopo cena, come se fosse chissà quale novità). Sul monitor fluisce con continuità l’informazione, sempre fresca e multimediale e connessa con i social network. Più veloce e più ricca di quanto qualsiasi giornale cartaceo possa mai offrire.

E l’abitudine al rito del giornale quotidiano, quei dieci minuti di tranquillità mattutina a colazione? Se proprio ci tieni, nessuno te la toglierà mai: in fondo, il flusso informativo lo puoi consultare quando ti pare, no? E chi ha detto che un tablet è incompatibile con cappuccino e brioche?

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Categoria: Doxa | Tags: , , 17 commenti »

17 Responses to “De profundis per il giornale”

  1. fabio

    Condivido in gran parte quello che scrivi ma, ovviamente, c’è un ma.

    A mio avviso hai SOTTOSTIMATO due fatti:
    1. solo una percentuale relativamente piccola segue e utilizza gli ultimi media (iPAd, ecc.), non credo che questi geek diventeranno nel prossimo futuro (10-20 anni) la maggioranza;
    2. il problema della “setacciatura” delle informazioni: in un “oceano” di notizie/opinioni discordanti/opposte tra loro la stragrande maggioranza delle persone è disorientata (a dir poco) e cosa fa? Legge magari i suoi blog preferiti (e sono comunque numeri relativamente piccoli) e poi, in un modo o nell’altro, legge/ascolta/si fida delle fonti “tradizionali” e, secondo me, spesso sbaglia.

    In conclusione, a mio modestissimo avviso, bisogna stare attenti a non commettere il classico errore degli “appassionati”: confondere il proprio “mondo” con il mondo in generale.

    Un esempio: io sono appassionato di moto (sopratutto fuoristrada) e, siccome moltissimi dei miei amici lo sono anch’essi, a me potrebbe sembrare che TUTTI siano fortemente interessati alle moto. In realtà al “mondo” delle moto non frega niente o quasi….

  2. Oliver Broggini

    Adesso lo rumino un po’. Comunque grazie!

  3. admin

    @fabio:
    1.) 20 anni fa solo una percentuale relativamente piccola di persone usava il telefonino. E adesso…
    2.) Infatti questa cosa l’ho scritta: Internet è uno strumento di potenziamento della democrazia, ma ha anche aumentato il casino globale nel quale si rischia di perdersi. Ecco perché il giornalismo (ma non il giornale) ha ancora un senso e un futuro: garantisce l’autorevolezza. Per restare al sottoinsieme della comunicazione scientifica, che penso di conoscere piuttosto bene, io mi fido di quello che leggo su “Nature”, mentre i blog scientifici li seguo ma li prendo con le pinze.
    Riguardo alla moto… beh, è ovvio: è una passione di nicchia, come l’astronomia e i bonsai. Non la si può generalizzare. Ma dell’informazione tutti hanno bisogno.
    M.

  4. Massimo

    In sostanza condivido la tua analisi sulla tendenza in atto: l’informatizzazione sempre più spinta delle forme comunicative tradizionali. Su alcuni aspetti però mi accorgo di essere perplesso. Un accenno solo sui principali.
    1) Il “tono” del tuo scritto non mi convince del tutto, perché sembra quasi che tu voglia “convincere” il lettore – cioè noi, cioè te stesso – che le cose andranno come dici. So bene che la “percezione” del tono del tuo scritto è un misto inestricabile della tua passione/slancio e del mio stato d’animo attuale: e tuttavia mi sembra che la volontà di dimostrare una tesi sia più forte dell’intento di fotografare una situazione. Se ho ragione, sia pure in parte, ne deriva un motivo in più per ritenere che le cose non andranno necessariamente come dici tu. E poi, chi lo sa: può darsi che prima di venti, o anche solo dieci anni, venga inventato e messo in giro qualche nuovo espediente tecnologico che rende obsoleti anche gli i-qualchecosa. Si potrebbe andare da sistemi fissi posti sulle facciate di case e autobus che trasmettono informazioni a getto continuo a dispositivi misti (biologico-elettronici) impiantabili nel cervello e a chissà cos’altro. Con conseguente fine dei giornali – cioè di un’informazione parcellizzata, preselezionata e pre-cucinata – indipendentemente da qualsiasi supporto.
    2) Sono totalmente d’accordo con il commento di Fabio: io vivo nei pressi di Roma e vivo di informazione, comunicazione, contatto con il ritmo sfrenato degli “avvenimenti” (ciò di cui parlano giornali e telegiornali) e così via. Eppure, basta che mi allontani di 10-20 km dalla grande città per scoprire che la maggior parte della gente “non” compra un solo giornale in vita sua, “non” vede i telegiornali, “non” ha nessuna ansia di sapere che cosa è successo nelle ultime 24 ore, “non” va a leggersi le notizie né su internet né sugli sms dei cellulari, e vive solo di quel che vede e di ciò che si mormora nei paraggi. Bisogna prendere atto che la maggior parte della gente, come non compra i giornali cartacei (almeno in Italia) così non ha nessuna voglia di acquisire i formati elettronici di quegli stessi giornali, quotidiani, settimanali o mensili che siano. Non è questione di prezzo, o di rifiuto di una particolare tecnologia, ma di una vera e totale indifferenza nei confronti del mondo esterno. Una quota ancor rilevante, ma forse numericamente non significativa, di queste persone è attirata dalle riviste di gossip: be’, non credo che la rivoluzione dell’iPad possa commuoverla più di tanto: almeno per un’altra generazione o due…
    3) Il tuo scenario mi sembra presupporre solo una figura di lettore/lettrice adulto/a, con cultura e interessi avanzati. Personalmente, sospetto che giocheranno un ruolo (in futuro, così come attualmente) anche altre fasce di “consumatori di informazione”: per esempio i bambini e ragazzi, che da quel che sto vedendo per ora continuano a preferire totalmente i libri su carta (compresi quelli “animati”) alle forme di lettura in digitale (dalla rete scaricano solo i film in animazione); gli anziani (anziani avanzati), che – almeno nei primi riscontri di vendita degli iPad – sono forti ma strani consumatori: non leggono più i giornali né frequentano internet, ma amano gli iPad – i libri, non i notiziari – perché possono ingrandire a volontà i caratteri. E poi ci sono gli stranieri, presenze sempre più cospicue nei nostri Paesi, che esprimono esigenze, aspettative e consumi molto diversi da quelli degli indigeni. E forse anche altri…
    Insomma, concordo con la generalità dello scenario che delinei: sarei prudente su alcuni aspetti di dettaglio…

  5. admin

    @Massimo:
    1.) Il “tono” del mio scritto deriva senza dubbio dalla mia passione. Chi mi conosce sa che non faccio niente senza passione. C’è la volontà di dimostrare una tesi? Mmm… probabilmente hai ragione. D’altronde puoi interpretare quest’analisi come una risposta a tutti quelli (e non sono pochi) che di recente mi martellano le gonadi con la loro tesi, ovvero che “la carta è un’altra cosa, la carta non morirà mai, eccetera”. Sicché mi son messo lì, ho rimuginato un po’ sul passato e sul presente, ho guardato quello che è successo e che sta succedendo e ho cercato di proiettare il trend verso il futuro. Ci ho preso? Boh! Ne riparliamo fra 20 anni.
    2.) Anch’io sono d’accordo, allora: c’è gente che non fruirà mai del flusso di informazione digitale. Tante grazie: quelli non fluiscono nemmeno dell’informazione tradizionale.
    3.) Sì, penso anch’io che la rivoluzione dovrà tenere conto anche di altri soggetti. E sarà una bella sfida.
    M.

  6. ju

    Il pericolo della mancata digitalizzazione in Italia è del tutto reale, basti pensare che la cricca dei giornali succhia finanziamenti pubblici da milioni di euro sopperendo ancora alla crisi dei lettori e che in Italia sulle linee fisse vige il monopolio telecom con velocità ridicole o preistoriche (si c’è ancora la 56k). Per quanto riguarda la rete mobile è praticamente collassata.

    Se l’Italia uscisse dal medioevo tecnologico la vita dei giornali tradizionali sarebbe finita all’istante, ma così la lotta sarà dura.

  7. Claudio

    Solo una precisazione, l’abbonamento annuo a “internazionale” costa 99 € (84€ per studenti).
    E arriva a casa di noi abbonati il giorno stesso in cui esce in edicola.

    Per il resto, articolo molto interessante per i numerosi risvolti imprevedibili!

    Inoltre proprio sull’ultimo numero di Internazionale a pagina 78 viene tradotto l’articolo dell’Economist che parla di un argomento estremamente importante come quello della conservazione dei documenti.

    Dice l’Economist che non si può conservare tutto e l’era digitale si confronta con un piccolo paradosso. Da una parte Google si affretta a digitalizzare libri, dall’altra le biblioteche hanno cominciato ad archiviare contenuti pubblicati esclusivamente online, che non sono mai arrivati su carta.

    I problemi sono tanti. Infatti è complicato trovare un formato per consultare i documenti che non rischi di diventare obsolteto in pochi anni. E poi c’è una questione di costi. La biblioteca del congresso statunitense ha calcolato che conservare un documento digitale costa la metà rispetto a uno cartaceo. Ma sono comunque costi ingenti.
    Per ora la ogni biblioteca darà priorità a documenti di interesse nazionale, ma l’impresa potrebbe risultare titanica.

  8. ju

    Il problema del formato è inesistente, basta rivolgersi a quelli aperti, se si vuole.

  9. Giorgio

    @admin
    Tu sai benissimo come si possa modificare un testo in formato elettronico e sai anche che, se vai in una biblioteca, i giornali degli anni ’40 li trovi.
    Ti faccio un esempio: quando Rachel Carson scrisse “Silent Spring”, tutto l’establishment “scientifico” si scagliò contro l’autrice (con le solite, rare e lodevoli eccezioni).
    Adesso, se vuoi, vai a cercare in internet gli articoli in questione. Poi mi dici i siti dove li hai trovati.
    Poi: notizie veloci ecc.
    Io direi che convenga fare una distinzione fra notizie sul tempo di domani, sulle uscite di B., fra editoriali e opinioni dei lettori, ecc.
    Insomma, ben venga l’editoria elettronica, ma almeno tentiamo di garantirci una memoria storica (costosa, e quindi messa in secondo, terzo … piano rispetto a fregnacce che tirano),
    Che “Il problema del formato è inesistente…” è, diciamo così, più un desiderio che la realtà. E non c’è open source che tenga.
    Infine, come disse, se ben ricordo, Niels Bohr, “È difficile fare previsioni, specialmente sul futuro”

  10. admin

    @Giorgio:
    Sì, reperire in formato digitale opere vecchie in formato cartaceo non è facile. Ma è pure vero che qualsiasi opera, una volta digitalizzata, poi è permanente, beninteso fatta salva l’obsolescenza dei formati e dei supporti. L’essenziale è fare backup frequenti e regolari ed eventualmente aggiornare i formati.
    Quanto alla modifica… certo, io posso intervenire su un documento digitale. Ma solo su quella singola copia. Se in futuro la conservazione sarà ampia e su molte copie, il problema della memoria non si porrà più di quanto si ponga per la documentazione cartacea.
    M.

  11. Alessio

    Sono d’accordo al 90% con le tesi dell’articolo. Io poi sono uno “dell’ambiente” e quindi rischio di cadere nella trappola di credere che tutto il mondo che mi circonda sia come me.

    Qualcuno ha già fatto notare che la stampa cartacea ha finanziamenti e che in alcuni punti del Paese (mi riferisco all’Italia, magari in Svizzera è diverso) internet è ancora un sogno da realizzare. Questo è il “Mulo” asimoviano, ovvero l’imprevisto che fa sì che l’inevitabile accada. Solo in Italia, però: sono fermamente convinto che negli USA nel 2030 non ci saranno più i quotidiani cartacei.

    Per il resto, l’unica mia critica è quella già fatta notare da Fabio nel punto 2: internet è davvero troppo vasto. Anche gli esempi come il Post e Lettera43 si basano su un concetto di redazione comunque “vecchio”: c’è un direttore, alcuni capi-redattore, collaboratori e via dicendo. Non penso che il modello del giornale tradizionale verrà stravolto, perché ogni lettore, anche dopo aver imparato a usare in modo efficiente i feed RSS, si affeziona di più a un sito che tutto sommato gli dà di tutto un po’, piuttosto che un freddo aggregatore, da popolare e tenere aggiornato a mano.

    Alessio

  12. Giorgio

    @admin
    “Ma è pure vero … aggiornare i formati”: capirai che soddisfazione!
    La prima “Divina Commedia” che ho avuto in formato digitale era su un floppy da 14 pollici. Avrei dovuto trasferirla su un dischetto, poi su un CD e infine su una penna, nell’ipotesi di avere sempre i due lettori. Quanto poi una copia’n sia fedele all’originale…
    “Quanto alla modifica … su quella singola copia”: ma se tu sei uno dei tanti che si saranno succeduti nella proprietà di un giornale, semplicemente modifichi, o cancelli, l’originale! Quindi devo fare il backup del giornale intero, giorno dopo giorno.
    Il problema della memoria storica è molto serio, dunque non lo puoi risolvere scaricandone la “responsabilità” sui singoli lettori.

  13. admin

    @Giorgio:
    Così è: il backup richiede sempre un po’ di aggiornamento. Che ci vuoi fare? Ogni tot anni devi adeguarti. D’altronde il PDF è uno standard da parecchi anni. La tua Divina Commedia la sposti ogni volta che cambi computer, no? Oltretutto adesso questi processi sono tutti automatizzati.
    Sulla modifica della memoria, è ovvio che la fonte può cambiare la versione. Ma le infinite copie altrove no. Mai sentito parlare della cache di Google, per esempio?
    M.

  14. Gionata

    Ho letto l’articolo con molto interesse e credo di condividere in gran parte le tesi che sostiene. Ci tenevo comunque a fare due piccole osservazioni. L’approvvigionamento di energia elettrica probabilmente non diventerà mai un problema, nel senso che ne siamo talmente dipendenti, che sarà sempre garantito. In caso contrario l’unico vantaggio del supporto cartaceo è che non dipende dalle batterie. Una seconda osservazione riguarda chi per il momento produce il nuovo medium. Nel articolo si parla molto di iPhone e iPad. Se da una parte è vero che danno accesso ad una fonte inesauribile e libera di informazioni, è anche vero che chi lo rende possibile sono solo poche industrie al mondo, e negli ultimi anni una su tutte in particolare: produttrice di hardware e software. Probabilmente sono problematiche non direttamente legate alla sopravvivenza o scomparsa del giornale cartaceo, ma restano rilevanti per quanto riguarda i nuovi mezzi di accesso all’informazione.

    Gionata

  15. Lucio Bragagnolo

    Analisi lunga e articolata, che tocca tutti i punti e dice cose giuste. Più che approvare o criticare, roba che non porta lontano, preferisco offrire sinteticamente alcuni spunti di ulteriore riflessione.

    1) il panorama dell’editoria è talmente vasto e variegato che qualsiasi tesi si voglia sostenere si potranno fornire esempi a favore in quantità. Editori su carta che riescono? C’è chi, nella crisi diffusa, ha aumentato le tirature. O che floppano? L’elenco è interminabile. Chi sta già facendo onde nel digitale, chi non ci riesce, il modello ibrido che attecchisce e quello che fallisce… ce n’è per tutti.

    2) Ognuno può diventare editore di se stesso grazie alle proprie tecnologie. Il punto è un altro: se continueranno, e sì come, a formarsi giornali. Non semplici elenchi di stipendiati da un editore, ma aggregazioni di menti che condividono ideali, obiettivi, quella che si chiamava una linea. Realtà come il Manifesto, il Mondo di Pannunzio, il Candido di Guareschi, Newsweek, sono state e sono più della somma di giornalisti grafici ed editori.

    3) La persistenza dell’informazione. Un tempo sparavi una balla, scoprivi una verità, pubblicavi un resoconto. Persisteva. Fino all’edizione del giorno dopo, fino al resoconto successivo, fino alla pubblicazione di una replica, fino a una smentita, ma persisteva. E veniva approfondito, verificato, meditato, argomentato. Adesso spari una balla, scopri una verità, pubblichi un resoconto e la persistenza è zero. Dopo dieci secondi è già ora di qualcos’altro e quanto scritto è già svanito. Questo implica il cambiamento più grande di tutti: prima, in qualche modo faticoso, la verità aveva un valore riconosciuto superiore alle bugie. Oggi verità e bugie hanno lo stesso valore, virtualmente nullo, a causa della persistenza zero. Va considerato che l’informazione del futuro prescinde, in senso lato, da come stanno realmente le cose. Anzi, saremo davvero entrati nella nuova èra quando avrà successo una testata di falsi costruiti con lo stesso impegno dei “veri”, pur con mille distinguo, che abbiamo avuto finora (The Onion è dichiaratamente satirico e non conta).

  16. admin

    @Claudio:
    La conservazione dei documenti in formato digitale è, oggettivamente, un problema non da poco. Infatti il digitale è l’unico formato che, per essere trasmesso nel tempo, impone un preciso e periodico atto di volontà per copiarlo. Un libro lo lasci lì e fra 200 anni sarà ancora leggibile dai tuoi pronipoti. Mentre un file fra 20 anni sarà illeggibile perché il software non esiste più o, addirittura, non esiste l’hardware per leggere il supporto materiale sul quale è stato registrato. Perfino una parte della preziosa documentazione delle missioni Apollo è intrappolata su nastri per i quali non esiste più un lettore adatto.
    M.

  17. Anna

    Sono abbastanza in linea con ciò che dici Marco e trovo le tue argomentazioni razionali e ahimè lontane dall’opinione del “cittadino medio”. Posto che, come è già stato detto, ci si riferisce comunque a un mercato che non ha come target la popolazione in toto ma una sua fetta, ossia quella che i giornali li legge, alcuni tarli ci sono:

    - del problema/urgenza di trovare un modo efficace e efficente per garantire memoria e archiviazione di quanto scritto già si è detto

    -Un fattore secondo me importante è, come in parte detto, quello dei tempi necessari alla “metamorfosi” totale, che forse totale non sarà. Qui si parano due prospettive su due scale diverse: la prima in scala planetaria potrebbe seguire la tua predizione, in una ventina d’anni la carta sarà solo roba per “appassionati”. A livello locale però le cose sono diverse e se si guarda per esempio l’Italia (ma forse anche alcune zone degli USA lontano dalla grande City) abbiamo ben altro panorama. Come diceva Alessio in molte zone internet è ancora un miraggio e, aggiungo, onestamente in un Paese in cui molte persone guardano con diffidenza il passaggio al “digitale terrestre” , ché già suona come una cosa esotica, come si può pensare realisticamente che il formato cartaceo dei giornali possa sparire in fretta? Penso accadrà ma non ovunque con gli stessi tempi.

    - Per quanto riguarda il rapporto-competizione con la televisione le cose sono diverse. Tra telegiornale e giornale una delle fondamentali differenze è che il contenuto del primo è destinato a un utente mentre nel secondo il target è un lettore. Banale, ma fondamentale perchè davanti al tiggì uno è difatto più passivo di quanto non accada con i giornali dove il lettore va a cercarsi la notizia che sia questa su carta o meno. E mentre i giornali li leggono solo alcuni la tivì sono sicuramente molti di più a guardarla (in Italia si collega a internet una persona su due e a me, che in rete ci sto sempre, sto fatto fa riflettere). Motivo questo per cui sono scettica sulla settimanalizzazione dei telegiornali così come l’hai prospettata. Sicuramente in parte accadrà e sta già accadendo ma probabilmente non ci sarà un totale stravolgimento del loro essere.


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